Quattro domande agli scrittori di Libri Come – risponde Emanuele Trevi

1) Il tema dell’ottava edizione di ‘Libri come’ è ‘Confini’, una
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1) Il tema dell’ottava edizione di ‘Libri come’ è ‘Confini’, una parola che ha molti significati e che è possibile declinare in vari aspetti: geografici, generazionali, linguistici, immaginari. Cosa rappresenta per te questa parola?

Quando penso al concetto di “confine”, mi viene per prima cosa in mente che, come tutti i concetti primari, è ambivalente. La mia generazione è cresciuta all’ombra del confine più turpe e ripugnante che potesse esistere, quello che spaccava a metà Berlino, e la sua distruzione, nel novembre del 1989, fu la causa di una specie di sbornia di ottimismo durata fino al settembre del 2001. Dal punto di vista dell’immaginario, quello che è notevole di ogni confine è il fatto di generare una specie di senso di colpa, che può essere anche leggerissimo ma c’è anche nel viaggiatore incallito, abituato a tutti i controlli. Chi passa un confine, si sente sempre sottoposto a un giudizio. Ma arrivo all’ambivalenza: lo slogan “no borders” è senza dubbio indice di un’idea nobile del mondo, ma i confini sono anche provvidenziali, perché al di là possono esistere condizioni migliori di esistenza, leggi più giuste. Il caso di dj Fabo ce lo dimostra: per un italiano, la dignità è oltre il confine, a causa della vigliaccheria della stragrande maggioranza di un ceto politico criminale e ignorante. Direi dunque che il confine è un fatto umano nello stesso tempo odioso e prezioso.

2) Qual è un autore o un libro di ‘confine’ che ti senti di consigliare in un momento storico in cui di nuovo si alzano muri e la libertà d’espressione è tornata ad essere un elemento critico?

Il dinamismo inconfondibile della prosa di W.G. Sebald dà sempre l’impressione che lo scrittore attraversi qualche tipo di confine, soprattutto quello che divide artificiosamente l’esteriore dall’interiore, il mondo dall’anima potremmo anche dire. La più bella metafora mi sembra sempre quella della “linea d’ombra” di Conrad.

3) Che momento ti sembra per la letteratura italiana? C’è qualche scrittore che ti ha sorpreso?

Non so mai cosa pensare del “momento” attuale, il presente è sempre indecifrabile. Se mi chiedi chi è il più bravo, come se fosse un gioco, ti posso anche rispondere: Walter Siti, o Roberto Calasso, o Milo de Angelis, o Raffaele La Capria. Bisogna avere il coraggio di sbagliare, di prendere sul serio ciò che il tempo potrebbe cancellare nel giro di pochi anni.

4) Quali sono gli ultimi libri che hai letto?

Ho letto in questi giorni “La via delle maschere” di Claude Levi-Strauss, nella traduzione di Primo Levi. Veramente indimenticabile. La mia lettura più costante è quella di Stendhal, non smetto mai di leggerlo in pratica, da molti anni. Ultimamente ho riletto “Roma, Napoli e Firenze” in entrambe le redazioni, quella del 1817 e quella del 1826. L’italia di Stendhal è una specie di giocattolo meraviglioso, a metà strada tra la geografia e l’utopia.

* Emanuele Trevi (Roma, 1964) è scrittore e critico letterario. Autore di numerosi romanzi e saggi. La sua ultima opera è ‘Il popolo di legno’, Einaudi.

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