Covid, l’Emilia-Romagna insegue le varianti: al setaccio ogni anomalia

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In regione è già presente la variante inglese ma non ci sono prove di altre 'nuove' infezioni
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di Mirko Billi e Mattia Cecchini

BOLOGNA – La variante inglese è “già assolutamente presente” in Emilia-Romagna, mentre “al momento” non ci sono prove di contagi legati alle altre varianti note del virus Sars-Cov-2. In attesa dell’esito dell’indagine avviata dopo i primi casi emiliano-romagnoli, il direttore del laboratorio di microbiologia di Pievesestina Vittorio Sambri fa il punto delle ricerche condotte in regione sulla presenza delle varianti nei casi riscontrati nelle ultime settimane. “Purtroppo per noi la variante inglese l’abbiamo già identificata sui primi campioni studiati, che erano campioni di soggetti rientrati dal Regno Unito tra fine dicembre e metà gennaio”, spiega Sambri ad AriaPulita, su 7Gold. Ora “bisognerà fare indagini molto approfondite per capire se oltre alla variante inglese, dio non voglia, abbiamo anche qualcos’altro”.

Il punto non è tanto individuare le altre varianti già note e codificate (la sudafricana, la brasiliana e la giapponese, operazione per la quale bastano sei ore di lavoro). “L’attività complessa è capire se esistono altre varianti, com’è logico aspettarsi- sottolinea il direttore- focalizzarsi sulle varianti già note è molto meno utile che capire se sta succedendo qualcos’altro”. Una volta esaurita la ricerca sulla variante inglese richiesta dall’Istituto superiore di sanità, si punterà allora ad individuare nuove varianti, anche con l’aiuto di una strumentazione più potente. “È proprio di ieri- informa infatti Sambri- la decisione presa dalle cabina di regia regionale di focalizzare l’attività di sequenziamento, cioè della ricerca delle nuove varianti, sui casi che possono avere un interesse epidemiologico e clinico, ad esempio un fallimento vaccinale o una reinfezione”. Oppure focolai tra segmenti delle popolazione normalmente più risparmiati dal virus: in pratica qualunque anomalia salti all’occhio degli ricercatori. Questo, “sarà quello che dovremo fare dalla settimana prossima in poi, perché adesso dobbiamo finire lo studio” sulla variante inglese. “Cercheremo- conclude il direttore- quello che non è comprensibile”.

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Ieri ad esprimere preoccupazione per la diffusione della variante inglese era stata la direttrice dell’assessorato alla Sanità Licia Petropulacos durante l’audizione dello stato di attuazione del piano vaccinale. In regione, dopo l’identificazione dei primi dieci positivi alla variante inglese del virus, è partita l’indagine che coinvolge 213 casi ‘sospetti’.

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“Crediamo che ormai molte di queste varianti, in particolare quella inglese, siano diffuse sul territorio e facciano parte dei positivi” che vengono rilevati dall’Ausl di Bologna. Già ora una certa percentuale di contagi da coronavirus evidenzia la tipologia delle varianti al virus che però non richiedono approcci terapeutici differenti. Come spiega infatti il direttore generale dell’Ausl di Bologna Paolo Bordon ai microfoni di E’tv, “il quadro clinico non ci sembra diverso dal Covid ‘prima maniera’ per cui lo dobbiamo gestire con gli stessi strumenti a domicilio dove è possibile e per i casi più gravi anche in forma ospedaliera”. Lo stesso Bordon precisa che comunque i vaccini sono efficaci “anche con le varianti” del Covid: “Ci sono modifiche al virus, ma non tali da compromettere la copertura vaccinale”.

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