Parla il figlio di Marianna Manduca: “Nessuno ha ascoltato mia madre”

In attesa della Cassazione, parla il figlio della giovane mamma uccisa a Palagonia nell'ottobre del 2007 dal marito
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ROMA – “Di mia madre ricordo i capelli neri e il sorriso. Era una ragazza giovane, bella e spesso triste. La ricordo quando andava a lavorare e mi diceva: ‘Mi raccomando comportati bene e bada ai tuoi fratelli più piccoli'”. Carmelo Calì Nolfo, figlio di Marianna Manduca, racconta così, intervistato dall’agenzia Dire, la giovane mamma uccisa a Palagonia nell’ottobre del 2007 dal marito Saverio Nolfo, dopo anni di minacce e violenze che gli erano valse 12 denunce, rimaste inascoltate.

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In attesa della sentenza della Cassazione, che deciderà se a Carmelo e ai suoi fratelli spettano davvero quei 259 mila euro più interessi che in primo grado gli erano stati destinati, in quanto vittime di uno Stato che con ‘negligenza inescusabile’ non aveva fatto nulla per evitare il femminicidio, ma che poi in secondo grado li aveva richiesti indietro, il ragazzo, ormai maggiorenne, racconta di una mamma che “cercava di lasciarci fuori dalle liti familiari e non ci raccontava delle aggressioni e delle minacce che subiva”. Allo stesso modo ricorda però “la sua tristezza e la sua paura”, e la sua voglia di bambino “di essere più grande, per poter essere un aiuto, per poterla difendere”.

“Oggi i miei ricordi di allora si sovrappongono con le immagini di lei che ho visto dopo che la nostra storia è diventata una storia pubblica, con l’immagine che è la foto simbolo dell’associazione ‘Insieme a Marianna’, che lavora per proteggere donne, ragazze, persone, dalla violenza di genere e che, iniziando dalle scuole, cerca di portare avanti il messaggio che la violenza non è inevitabile e che queste tragedie devono cessare- spiega Carmelo-. Ormai ogni giorno c’è un femminicidio, sembra una cosa inarrestabile, e le vittime sono sole, senza nessuno che le aiuti”. 

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Punto fermo di questi anni sono stati per lui e per i suoi fratelli il cugino di Marianna, Carmelo Calì, e sua moglie Paola, che dopo la morte della donna li hanno adottati e insieme ai loro due figli “siamo diventati una famiglia bella e numerosa- racconta il ragazzo-. Loro sono i miei genitori, ci hanno scelto senza pensarci un momento, ci hanno cresciuto, senza nasconderci niente della nostra storia. Li ho sempre chiamati papà e mamma, perché sono questo. Io sono il figlio di Marianna, ma sono anche il figlio di Paola e Carmelo”.

Per quel padre biologico che oggi è in carcere, Carmelo usa nome e cognome, e non l’appellativo di papà. “Mio padre si chiama Carmelo Calì ed è lui mio padre, non solo perché mi ha adottato, ma perché in tutti questi anni è stato lui il mio punto di riferimento, l’uomo che mi ha cresciuto, mi ha educato, mi ha rimproverato quando serviva- spiega-. Per quanto riguarda Saverio Nolfo, quando uscirà dal carcere spero per lui che sia un uomo diverso, che abbia capito i tremendi errori che ha fatto, che si sia reso conto di aver ucciso una ragazza che amava i suoi figli. Non ha ragione di cercarmi, io non sono più suo figlio, a lui non penso e non voglio pensare”.

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La vita di Carmelo oggi è simile a quella di tanti suoi coetanei: “Frequento le scuole superiori e faccio sport, un mondo che mi affascina e per questo mi piacerebbe lavorare in questo ambito un giorno. Con i miei fratelli più piccoli parliamo anche dell’università che vorremmo frequentare, ma il nostro futuro può dipendere dalla sentenza di Cassazione ed è un pensiero difficile da tenere in testa”. In vista della decisione della Cassazione, Carmelo non nasconde la sua preoccupazione: “In questi anni abbiamo attraversato momenti in cui in famiglia i soldi erano pochi e tutti abbiamo affrontato i sacrifici che servivano- racconta-. Papà e mamma hanno sempre lavorato, poi la crisi economica ci ha messo a terra, e papà, che aveva una piccola ditta di muratore, ha dovuto chiudere. Poi è arrivato il risarcimento riconosciuto dalla sentenza di Messina, un po’ di tranquillità economica per noi, e soprattutto un lavoro per far vivere la famiglia”.

Con i soldi del risarcimento, infatti, “abbiamo comprato un piccolo immobile, papà lo ha sistemato e abbiamo aperto un b&b che ci da lavoro, e dove anche io, nei momenti liberi, vado a dare una mano. Lavorare lì mi piace, anche perchè nella nostra casa c’è la regola che tutti devono collaborare ed aiutare la famiglia secondo le proprie possibilità. So che se in Cassazione va male, dovremo restituire tutto– conclude Carmelo-. E con quei soldi se ne andrebbe non solo la possibilità per me e i miei fratelli di continuare a studiare, ma anche di continuare a vivere. Nessuno ha ascoltato mia madre Marianna, nessuno ha impedito che venisse assassinata, e adesso anche questo. Mi sembra ingiusto”.

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10 Febbraio 2020
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