Abusi sulle comunità indigene: “Troppe ancora in pericolo” VIDEO

A Roma l'Indigenous people Forum organizzato dall'Ifad - Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo
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ROMA – Sono circa 400 milioni le persone appartenenti a popolazioni indigene in tutto il mondo, distribuite in 5mila comunità. Ma tale cifra è probabilmente inferiore a quella reale, in quanto sulla questione “non ci sono abbastanza dati”. A spiegarlo alla DIRE è Victoria Tauli-Corpuz, special rapporteur sui diritti dei Popoli indigeni per le Nazioni Unite, presente oggi a Roma per partecipare all’Indigenous people Forum organizzato dall’Ifad – Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo – che è un’altra agenzia onusiana.


Il quadro non è roseo: “Molte comunità sono ancora in pericolo nel mondo”, dice la funzionaria Onu, “come in America Latina o in Asia. In Russia- prosegue- sono minacciate nel loro diritto di libera associazione oppure in quello di perpetrare le proprie tradizioni e continuare a viverle quotidianamente, usando le risorse naturali presenti nei propri territori”.


In generale, “coloro che rivendicano i diritti di tali popolazioni rischiano così di essere accusati di reati molto gravi, anche se non è vero, oppure di finire in carcere. Può capitare anche che i leader siano uccisi, con la responsabilità diretta dei governi, della polizia o dei militari. Questa è la realtà in molte zone, e il nostro auspicio- dice Victoria Tauli-Corpuz- è che questo tema sia affrontato dall’Onu come da altre grandi organizzazioni internazionali per i diritti dell’uomo”.

Dal suo punto di vista, “i governi non stanno facendo abbastanza per proteggere queste comunità”. La Special rapporteur dell’Onu incoraggia quindi le istituzioni a adottare leggi efficaci a protezione di queste persone, “in linea con quanto afferma la Dichiarazione del 2007, e facendo sì che tali norme trovino applicazione, accanto a quelle contenute nei trattati internazionali che si esprimono sulla questione”.

La Dichiarazione sui Diritti dei popoli indigeni del 2007 è stato un grande passo in avanti per riconoscere, da un lato, l’esistenza di questi popoli, e dall’altro, dare ai governi gli strumenti per proteggerli.


“E’ grazie a questo documento se la situazione per gli indigeni dell’America Latina è un po’ migliorata, poiché ha incoraggiato gli stati a introdurre il loro riconoscimento all’interno delle proprie Costituzioni”, aggiunge Dali Silvia Angel, dell’ong messicana ‘Red de Jovenes Indigenas’.  Tuttavia, “la situazione in America latina resta molto complessa. C’è ancora troppa differenza tra quello che la costituzione afferma e ciò che viene realizzato. Quindi molte terre indigene vengono ancora invase, l’ambiente soffre per le attività estrattive, e poi ci sono le violazioni dei diritti umani: molte persone perdono la vita per denunciare tale situazione”.

La faccenda degli indigeni “è cruciale e controversa” anche in Africa, le fa eco Ikal Ang’elei dell’ong keniota ‘Friends of Lake Turkana’.


“I governi sempre più spesso si scontrano con la questione dell’essere indigeno in Africa. Alcuni però stanno cominciando ad accettare che in Africa esistano gli indigeni accanto agli africani, soprattutto in Kenya, che è il paese da cui provengo. Poi c’è il nodo delle attività estrattive. I diritti degli indigeni sono una questione che nessuno vuole affrontare. E quando qualcuno chiede di poter dire la sua sulla terra o la questione dello sfruttamento delle risorse naturali, lo stato gli punta il dito contro. In Kenya va meglio rispetto ad altri paesi, come ad esempio la Tanzania. Ma noi continuiamo a lavorare per far sì che siano inclusi nel processo di sviluppo dei loro stati a livello nazionale e locale. Tale fatto non deve più essere percepito come un privilegio, bensì come un diritto”, conclude Ikal Ang’elei.

Quanto emerge dagli studi condotti dalle organizzazioni internazionali dimostra che la salvaguardia di tali comunità è un un modo per preservare anche l’ambiente e gli ecosistemi in cui viviamo. La Rights and Resources Initiative (Rri) e il World Resources Institute (Wri) ad esempio hanno messo insieme i risultati di 140 ricerche condotte in 14 paesi, e alla fine hanno dimostrato che la deforestazione colpisce meno se quelle foreste sono lasciate alla cura delle comunità che storicamente le abitano. Come è stato ribasito nella Conferenza Onu di Parigi del 2015, la deforestazione è inoltre una delle chiavi per sconfiggere i cambiamenti climatici: assorbendo Co2, alberi e piante posso contrastare il processo di riscaldamento globale.

Un altro studio (il ‘2012 Global hunger index’ dell’International food policy research Institute (Ifpri)- ha invece dimostrato il legame tra il riconoscimento accordato ai popoli indigeni di vivere nel proprio territorio sfruttando le risorse locali – in linea con tradizioni che si sono tramandate nei secoli, e che quindi sono armonizzate all’ambiente – e la povertà. Ad esempio in Africa, dove la maggior parte della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno (dato della Banca mondiale), si è osservato che il 90% delle aree rurali non sono registrate, fatto che le rende più vulnerabili al ‘land-grabbing’, il furto della terra da parte di grandi aziende.

I lavori del Forum permanente dell’Ifad proseguiranno anche lunedì 13 febbraio.

di Alessandra Fabbretti

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