L’educatore socio-pedagogico nei servizi alle persone

L'intervento della senatrice Vanna Iori
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ROMA – Nelle grandi trasformazioni sociali, economiche ed esistenziali che stiamo attraversando in questo così difficile tempo di crisi, gli educatori socio-pedagogici svolgono un compito strategico fondamentale. Il lavoro educativo, sempre di più, è assunzione di responsabilità, non può mai essere considerato un fatto privato, ma sempre pubblico e politico. In tal senso, le professioni educative, intese come servizio alle persone, non possono essere lasciate all’improvvisazione: esigono, infatti, una professionalità che va regolamentata e normata da precise scelte politiche.

Purtroppo, in Italia la costruzione di un piano normativo coerente con questo assunto, è avvenuta con grande ritardo rispetto agli altri Paesi europei; nonostante, gli sforzi fatti finora per colmare questo gap, la normativa delle professioni educative non è sufficientemente chiara, risentendo di un tortuoso e travagliato iter legislativo generato da sovrapposizioni che si sono succedute negli anni tra norme diverse.

Per questo, il fondamentale lavoro di cura educativa è cresciuto spesso nell’ombra, in funzione accuditiva, nonostante sia diventato progressivamente oggetto di crescente attenzione scientifica e politica, in correlazione con la diffusione dei diversi servizi educativi e di un crescente confronto tra ricerca scientifica ed esperienza professionale. In tal senso, insieme alle nuove competenze professionali, diventa necessario anche ripensare gli ambiti, l’organizzazione strutturale dei servizi e le risposte costruite dagli enti locali e dal Terzo settore. Tutto ciò implica una improrogabile innovazione del sistema dei servizi che può essere perseguita attraverso la creazione del cosiddetto “welfare generativo”, capace di promuovere azioni di affiancamento, di interscambio capace di cogliere le potenzialità presenti e di suscitare legami tra le persone. L’educazione è l’evento umano per eccellenza. È un evento dinamico, di costruzione, di evoluzione, di sviluppo, di processo che si colloca nella temporalità ed è rivolto principalmente alla dimensione del futuro. L’educatore è sempre nel suo tempo presente, ma è anche sempre proiettato nel futuro attraverso obiettivi di pro-gettazione e “possibilità”. L’educazione è invece la “rivincita” del progetto sui vincoli della situazione. La cura si manifesta nel lavoro educativo in antitesi al disinteresse e all’indifferenza, ai gesti anonimi e standardizzati. Ecco perché Educatori non ci si improvvisa. E forse la legge che ho proposto ed è stata approvata in parte nei commi della 205/17, dopo quattro anni di faticosa e intensa mediazione, sovverte proprio questo luogo comune, affermando invece un principio fondamentale e non scontato: le competenze professionali profonde sono necessarie e qualificano il fondamento scientifico degli interventi educativi. Questo intervento legislativo aveva lo scopo di dare dignità al lavoro degli educatori e mettere ordine nelle professioni che afferiscono a tale ambito, indicando anche tutti i settori professionali in cui possono svolgere attività educative e prevedendo per la prima volta una laurea obbligatoria per educatori “professionali” socio-pedagogici. Il passaggio successivo è stato quello di prevedere che tali laureati, gli educatori socio-pedagogici- possano lavorare “nei servizi e nei presìdi socio-sanitari e della salute, limitatamente agli aspetti socio-educativi” (comma 517, Legge 145/2018). Dunque non una figura sanitaria né afferente ad albi professionali ma figura che si prende cura degli aspetti socio-pedagogici e trova nella pedagogia il suo profilo identitario. Diverse questioni rimangono aperte ed ancora in attesa di risposta. L’approvazione dell’art 33 bis del decreto 104/2020 esplicita perciò il ruolo e i compiti socio-pedagogici in tali ambiti. Una buona parte del cammino possiamo dire che è stata fatta. Siamo riusciti a chiarire e normare questa professione. Manca ora il decreto. Ma, oggi, è chiaro l’imprescindibile tratto di questa figura professionale che deve essere individuato nella dimensione pedagogica, nelle sue declinazioni sociali, della marginalità, della Intercultura, dell’inclusione, della pedagogia sociale e speciale. Non si tratta di una figura sanitaria, ma oggi, ancora di più, nelle strutture socio-sanitarie e della salute c’è bisogno di progettare, promuovere e realizzare processi educativi e formativi sia in contesti formali, pubblici e privati, sia in contesti informali, finalizzati alla promozione del benessere individuale e sociale, al supporto, all’accompagnamento e all’implementazione del progetto di vita delle persone con fragilità esistenziale o povertà materiale ed educativa. Abbiamo urgenza di costruire relazioni di accoglienza e responsabilità per prevenire situazioni di isolamento, solitudine, stigmatizzazione e marginalizzazione educativa, soprattutto nelle aree territoriali culturalmente e socialmente deprivate. Non potremo affrontare i macrocambiamenti in atto utilizzando strumenti e logiche vecchie inadeguate o parziali. Sarà necessario superare le tradizionali forme di intervento, promuovendo un nuovo modello interprofessionale di rigenerazione e solidarietà, basato sull’aver cura delle relazioni, capace di generare empowerment e rafforzare le nostre comunità.

È diventata improrogabile una discontinuità nella evoluzione delle politiche dei servizi della salute che non si basi soltanto su competenze costruite in ambito sanitario, evidentemente necessario e fondamentale, ma anche sulla costruzione di un nuovo modello di welfare sociale e di comunità. Oggi esistono le basi per farlo. Nessuno potrà più presentarsi a svolgere professione educativa senza una qualifica specifica. “Educatori non ci s’improvvisa” è l’idea che ha accompagnato il cammino, contribuendo ad una nuova consapevolezza e all’orgoglio del sapere pedagogico.

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9 Novembre 2020
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