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Delitto Pasolini, Zecchi: “Ucciso perché indagava sulla strage di piazza Fontana”

Ne "L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini" Simona Zecchi ricostruisce la morte del giornalista e afferma: "Tre di loro sono ancora vivi"
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ROMA – Solo la Spagna di Franco e l’Italia degli anni ’70 hanno ucciso un poeta: Garcia Lorca nel 1936 e Pasolini nel 1975. A pochi giorni dal 45esimo anniversario dell’omicidio, la giornalista Simona Zecchi ha presentato, nel format in diretta streaming “30 Minuti con” dell’Associazione Memoria e Futuro, il suo nuovo libro sul delitto Pasolini dal titolo L’inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini (Ponte alle Grazie). In queste pagine Zecchi prova a varcare la soglia del campetto di Ostia fino a spingersi dove la nuova documentazione l’ha portata. E cioè nel cuore nero della strategia della tensione. “Pasolini muore ammazzato in quel modo da giornalista, non da scrittore scomodo” sottolinea l’autrice, che ha indicato chi furono gli assassini materiali di quell’omicidio: “Tre di loro – ha detto – sono ancora vivi”. Una ricerca andata avanti per anni, confrontando i faldoni gialli del primo processo e le carte delle quattro nuove indagini che non hanno portato a niente di concreto. “I magistrati non hanno voluto ascoltare. Avevano già deciso di chiudere le indagini. Riaperte nel 2010 e chiuse dopo cinque anni, gli inquirenti hanno fatto indagini per certi aspetti approfondite. Ma non si sono volute vedere tante cose. Rispetto i magistrati, ma ci sono aspetti che la magistratura non vuole, non riesce o ha timore di affrontare. Se si vanno a toccare certi tasselli, cadono giù tante condanne”. Un lavoro doppio quello di questo libro: se da un lato Zecchi ha ricostruito cronologicamente e fattualmente tutte le tappe che conducono Pasolini al massacro e il movente, dall’altro ha cercato di sviluppare l’indagine (“il dossier”) che l’intellettuale stava per pubblicare e che si intrecciava col materiale che Pasolini, mentre scriveva i suoi articoli sul “Corriere della Sera”, ha ricevuto dal terrorista di Ordine Nuovo Giovanni Ventura fra marzo e ottobre 1975. Una verità, quella sul massacro all’Idroscalo di Ostia, sepolta in un caos fatto di depistaggi e insabbiamenti. Una vicenda che si lega, a doppio filo, con l’attentato al presidente dell’Eni, Enrico Mattei, del 1962 e la sparizione, nel 1970, del giornalista de L’Ora Mauro De Mauro: “Il filo nero che unisce i delitti Mattei, Pasolini e De Mauro è la strategia della tensione” ha ricordato, intervenuto in diretta, Giuseppe Lo Bianco – giornalista del “Fatto quotidiano” e autore insieme a Sandra Rizza del libro “Profondo nero”.  “Se ‘Petrolio’ – ha proseguito – fosse stato pubblicato in tempo reale da Einaudi, avrebbe aperto uno squarcio in presa diretta sulla strategia della tensione degli anni ‘70”. 

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