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Ma il problema del Sahel non è solo il terrorismo

Quella che arriva dal Sahel non è solo una storia di ostaggi e rapitori, vittime e terroristi
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ROMA – “Scrivere la parola libertà è pur sempre l’avventura più grande che possa accadere nella storia di un uomo”. Appunti buttati giù questa notte in Niger, poche ore dopo la notizia della liberazione degli ostaggi italiani padre Pierluigi Maccalli e Nicola Chiacchio, della francese Sophie Petronin e del dirigente dell’opposizione maliana Soumalia Cissé. Le ha scritte e condivise con alcuni amici padre Mauro Armanino, confratello di padre Maccalli, con lui per anni il solo altro italiano in Niger con la Società delle missioni africane.

Al telefono aveva appena condiviso la gioia per le liberazioni, accennando alla trattativa dei servizi italiani, al ruolo dei militari che ad agosto in Mali avevano destituito il presidente Ibrahim Boubacar Keita e pure al probabile contributo della Francia.

Questa, però, non è solo una storia di ostaggi e rapitori, vittime e terroristi. Stiamo parlando del Sahel, una regione molto più grande del Niger e del Mali messi insieme, una delle più colpite al mondo dai cambiamenti climatici e dalla competizione tra le comunità per le poche risorse disponibili. A cominciare dall’acqua, che non c’è per mesi e poi inonda tutto, come è accaduto proprio nelle settimane della trattativa. I gruppi ribelli, islamisti e non solo, nascono dai conflitti e dai conflitti traggono forza. In Mali, calcola la Banca mondiale, quattro persone su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà. Per questo la risposta internazionale non potrà essere solo un aumento dei militari e delle operazioni “anti-terrorismo”, previsto anche sul lato italiano con la nuova missione europea Takuba.

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