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Marocco, islamisti vincono le elezioni. Ha votato il 43%

Il Pjd (Giustizia e sviluppo) resta il primo partito aggiudicandosi 125 dei 395 seggi della Camera
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bandiera-maroccoROMA – Il partito uscente è stato riconfermato dalle urne il vincitore in Marocco, dove venerdì si sono tenute le elezioni legislative. Come confermano i media stranieri, il Pjd (Giustizia e sviluppo) di orientamento islamista, ha ottenuto 125 dei 395 seggi della Camera dei Rappresentanti e quindi anche la guida del futuro governo di coalizione. Giunto secondo con 102 seggi invece il principale schieramento avversario, i socialisti liberali del Pam, partito per la Verità è la modernità. Al terzo posto un altro grande favorito di questa tornata elettorale: Istiqlal (‘Indipendenza’, storico partito fondato nel 1944, nazionalista e conservatore) con 46 seggi in emiciclo. Gli altri partiti in corsa, 27 in tutto, dovranno dividersi i 122 seggi restanti. Per legge 90 dovranno essere riservati alle donne, stabiliti a discrezione dei singoli partiti. Al voto è andato il 43% dei 16 milioni aventi diritto (nel 2011 votò il 45%), meno di un cittadino su due.

MAROCCO, AL VOTO 16 MILIONI. ORA GOVERNO DI COALIZIONE

Erano chiamati al voto 16 milioni di marocchini – su una popolazione totale di 34 milioni – per eleggere i nuovi 395 membri della Camera bassa per i prossimi cinque anni. Dall’indipendenza del 1956, si tratta della decima volta che nel Regno nordafricano si aprono le urne per la scelta del governo. La compagna elettorale è iniziata il 25 settembre per i 30 partiti in lizza, di cui i principali sono tre, secondo l’emittente araba ‘Al-Jazeera’: il Partito Giustizia e sviluppo (Pjd), islamista e conservatore, al governo dal 2011, e due di opposizione: Verità e modernità (Pam), di orientamento social-liberale, e lo storico ‘Istiqlal’, il Partito dell’Indipendenza, che vide la luce nel 1944. Conservatore, nazionalista e tradizionalmente allineato con la monarchia, attualmente è quello che rappresenta l’alternativa più valida a scongiurare il bipolarismo de facto.

‘Jeune Afrique’ sottolinea che si tratta di una sfida molto accesa, dall’esito tutt’altro che scontato. Entrambi i partiti all’opposizione potrebbero ottenere degli ottimi risultati, mentre i conservatori del Pjd – che pure si sono trovati a superare la ‘burrasca’ delle primavere arabe nel 2011 – alle amministrative del 2015 hanno subito un duro colpo da parte dei liberali del Pam. La legge elettorale e lo stesso sistema multipartitico fanno sì che per un partito sia pressoché impossibile ottenere la maggioranza assoluta. Questa circostanza obbliga quindi il partito con più voti a cercare l’appoggio degli altri per creare un governo di coalizione. C’è quindi grande attesa per l’esito di questo voto, che potrebbe dare vita a una compagine di governo inaspettata.

Il Marocco, pur rappresentando un modello quasi unico tra i paesi arabo-islamici per stabilità e consolidamento delle istituzioni democratiche – l’ultima riforma costituzionale che ha introdotto importanti novità in senso progressista risale al 2011 – resta comunque una monarchia. Il re Mohammed VI, in carica dal 1999, è considerato da molti un sovrano lungimirante e di larghe vedute, ma conserva per sé importanti prerogative: è a capo del Consiglio superiore della Magistratura, del Consiglio per la Sicurezza nazionale e del Consiglio dei Ministri. A quest’ultimo organo spetta peraltro l’approvazione definitiva delle leggi. Vantando poi legami di sangue con la famiglia del profeta Mohammad – elemento fondamentale sin dai tempi del profeta per vedersi riconosciuto il doppio ruolo di guida politica e spirituale da parte della comunità dei credenti – è anche l’autorità suprema per i musulmani e la cerchia dei religiosi. L’islam non prevede un clero gerarchicamente organizzato come accade ad esempio nel cattolicesimo cristiano, pertanto il re ricopre in una certa misura la figura di leader, le cui posizioni possono essere riconosciute sia dai marocchini, sia dai musulmani all’estero. Questo fa dunque capire il peso politico che questo sovrano gioca a livello interno ed internazionale. La recente riforma costituzionale, approvata attraverso un referendum cinque anni fa, ha peraltro posto alcuni limiti alle sue cariche istituzionali.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

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