GiULiA Giornaliste: “Nel caso di Piacenza dai media narrazione assolutoria”

La narrazione mediatica del femminicidio di Elisa Pomarelli ad opera di Massimo Sebastiani in questi giorni ha suscitato non poche polemiche
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ROMA – Un “improvviso arretramento“. Così Silvia Garambois, presidente di GiULiA Giornaliste (associazione nata per il cambiamento dell’immagine femminile nei media e per la lotta alla discriminazione delle giornaliste nell’informazione, ndr), ha definito la narrazione mediatica del femminicidio di Elisa Pomarelli ad opera di Massimo Sebastiani, che in questi giorni ha suscitato non poche polemiche.

“Siamo in contatto con decine di migliaia di donne della rete a cui siamo associate, le chat sono impazzite per come i giornali stavano raccontando il femminicidio di Piacenza- continua Garambois- C’è stata una ricerca della minimizzazione, è diventata protagonista nei titoli dei giornali l’ossessione amorosa, siamo ritornati a un linguaggio e a un racconto delle cose come onestamente da molto tempo non vedevamo”, sottolinea la presidente di GiULiA. 

A far discutere non solo il titolo de ‘Il Giornale’, ‘Il gigante buono e quell’amore non corrisposto’, che ha scatenato l’indignazione del web. “Sto parlando del ‘Corriere della Sera’, che ha titolato ‘Sì, ho uccisa Elisa, era la mia ossessione'”, chiarisce la giornalista, esperta di informazione e comunicazione di genere. Un indugiare sull’aspetto ossessivo che “lascia intendere che si derubrica il delitto. Ma sto parlando anche di ‘Repubblica’, che racconta un Sebastiani in lacrime che dice: ‘Ho fatto una stupidaggine'”. È chiaro che non sono il giornale nè il giornalista a dirlo, perchè è virgolettato, ma l’impatto che ha sul pubblico delle lettrici e dei lettori non è ‘terzo’. Su questo noi abbiamo percepito un preoccupante passo indietro fatto da troppi e grandi media che solitamente avevano una scrittura diversa”. 

Secondo la presidente di GiULiA, “il tipo di storia ha portato i giornalisti, affascinati dal personaggio Sebastiani, a deviare in modo assolutorio la narrazione. Utilizzare termini come ‘amore’, ‘passione’, ‘raptus’, ‘ossessione’, sbattere nei titoli l’omone che piange e che parla di ‘stupidaggine’ è un precostituire delle attenuanti per quello che è un assassinio”. Per Garambois “Elisa è sparita, non è stata rispettata, la costruzione mediatica è tutta contro di lei e anche l’elemento della sua omosessualità, anzichè essere un aspetto assolutamente marginale, diventa parte del racconto e rimanda ad un’attenuante per lui”. Come a dire: “‘Lui la amava e lei invece preferiva le donne? Che le vuoi fare? L’ ammazzi. Quale altra scelta aveva il poverino?”. 

Elisa “non rispettata”, Elisa “rivittimizzata”. Per Garambois il problema è culturale. “La generazione dei genitori dei giornalisti, se non quella dei giornalisti stessi, ha vissuto in un Paese dove vigeva il Codice Rocco, dove il delitto d’onore è stato abolito solo nel 1981, quarant’anni fa- ragiona la giornalista- Non è molto tempo che la gente si vergogna nel riferirsi a donne e motori o che le donne vengono considerate creature infantili di serie B, da accudire, proteggere, ma in possesso dell’uomo. Questo alimenta stereotipi che, quando magari ti trovi a scrivere in gran fretta per chiudere un titolo su una pagina online che deve battere la concorrenza, ti fanno scegliere la via più rapida”. Ed ecco allora i vari “‘raptus’, i ‘malati d’amore'”. Significa che “stai prendendo posizione per andare a comprendere il delitto: e questa si chiama rivittimizzazione”.

Ma, per l’esperta di informazione di genere, ha giocato un ruolo anche la politica. “Dopo 14 mesi in cui la scaletta dei giornali andava in automatico, per cui sicuramente tutta le prime pagine riguardavano la politica e le questioni legate ai femminicidi erano espunte- fa notare- ora c’è un ritorno al racconto del Paese molto enfatizzato. Abbiamo seguito giorno per giorno i due scomparsi. Due o tre mesi fa non ce ne saremmo quasi accorti. C’è un ritorno alla cronaca, con tutti gli antichi mali”. Mali che, però, possono essere combattuti a partire dal Manifesto di Venezia, che “non è una carta deontologica, ma, in sintesi assoluta, è un invito a fare del buon giornalismo”, e che, come denunciato in un comunicato di GiULiA Giornaliste, Commissioni Pari Opportunità di Federazione nazionale della Stampa italiana, Consiglio nazionale Ordine dei Giornalisti e Usigrai, non è stato applicato nel caso di Piacenza. Il ‘Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini‘, frutto dell’elaborazione di Cpo Usigrai e GiULiA Giornalista e varato dalla Commissione pari opportunità della Fnsi, offre, infatti, in dieci punti le ‘buone pratiche’ sul racconto della violenza di genere, dall’utilizzo del termine ‘femminicidio’, al linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali, all’adozione di un comportamento professionale consapevole per evitare gli stereotipi di genere, alla formazione deontologica obbligatoria sul linguaggio appropriato nei casi di violenza su donne e minori. “Pensiamo prima di scrivere– è l’appello conclusivo di Garambois- pensiamo al lettore che non è solo un click“.

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9 Settembre 2019
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