Veltri (D.i.Re): “Ecco il cambiamento che esigiamo”

La presidente della rete D.i.Re. è intervenuta in apertura della presentazione del Position Paper 'Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino'
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Quello presentato oggi e’ uno straordinario lavoro corale, realizzato a tempi di record da tante associazioni e coordinato dalla rete D.i.Re. Il cambiamento che vogliamo, anzi che esigiamo, e’ una presa di posizione sulle proposte relative alle 12 aree affrontate 25 anni fa a Pechino. Le donne hanno retto il Paese nei primi mesi dell’anno e la pandemia ha mostrato come il lavoro di cura richieda una revisione dei rapporti di genere, ha mostrato il mancato riconoscimento delle donne nello spazio pubblico e come il sistema di soli uomini che include solo formalmente le donne stia fallendo. Inoltre non si e’ fatto tesoro dell’esperienza dei Cav e bisogna ripartire da noi; e’ questo il cambiamento che vogliamo”. Sono le parole di Antonella Veltri, presidente della rete D.i.Re., intervenuta, in collegamento skype, in apertura della presentazione del Position Paper ‘Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino’, in corso a Roma nella sede dell’agenzia Dire.

GARGANO (BEFREE): CONTRO VIOLENZA SERVE OTTICA DI GENERE

“Noi gestiamo centri antiviolenza e case rifugio, che nascono dal sapere delle donne e dai movimenti femministi, basati sulla relazione tra donne, ed è solo questo approccio che ci conduce a fare buoni percorsi per le donne e per le loro bambine e i loro bambini. Sempre di più, però, questo viene considerato un servizio come tanti altri e si può vincere un bando anche non avendo i requisiti che la Convenzione di Istanbul pone come conditio sine qua non, come essere formate solo da donne e avere fin dall’origine il tema dell’ottica di genere”. Così la presidente della cooperativa sociale BeFree, Oria Gargano, intervenendo alla presentazione del Position Paper ‘Il cambiamento che vogliamo’.

“Noi sappiamo qual è la nostra metodologia, che senso ha l’empowerment, come non esistano percorsi standard di uscita dalla violenza, come non si debbano colpevolizzare le donne, come si cerchi con loro di creare dei buoni percorsi- continua Gargano- Questo non lo può fare chi gestisce dei nidi o delle case famiglia a livello imprenditoriale. Chi può aiutare le donne se non le donne che hanno un’ottica di genere?– ragiona la presidente di BeFree- Dobbiamo chiedere fortemente che le donne aiutino le donne perchè sono sotto assedio. Abbiamo visto l’humus della campagna delle destre, vediamo il trattamento delle donne nei Tribunali, dove con l’ossessione della carcerazione non si sta capendo qual è il vero modo di intervenire in casi di maltrattamento, e dove, soprattutto in sede civile, le donne vengono accusate di non essere buone madri. I centri antiviolenza- conclude- devono stare ai tavoli dove si decide su questo”.

BADALASSI: ADOTTARE BILANCIO GENERE PER SOLDI UE

“Raccomandiamo fortemente, soprattutto ora, l’utilizzo del bilancio di genere come strumento politico”. A dirlo e’ Giovanna Badalassi, esperta di economia e politiche di genere, in un contributo video trasmesso nel corso della presentazione del Position Paper ‘Il cambiamento che vogliamo Proposte femministe a 25 anni da Pechino’, in corso nella sede dell’agenzia Dire e in diretta Fb sulla testata. “La quarta conferenza mondiale del ’95 di Pechino raccomandava agli Stati il bilancio di genere come strumento di verita’: seguire i soldi per capire come si agisce” aggiunge Badalassi che questi temi li affronta anche nel suo blog Ladynomics. “Quando si parla di bilancio di genere ci si riferisce all’empowerment e non solo a interventi specifici: questo serve per capire come il Paese lavori davvero per la parita’. Ricordiamo che le donne producono il 41% del Pil; sono occupate oltre 9 milioni e controllano il 65 % dei consumi e tutto questo non viene valorizzato”. In conclusione l’esperta ricorda che in Italia ci sono state “140 sperimentazioni territoriali di bilancio di genere, 3 nazionali e altre universitarie, ma mai e’ diventato strumento politico e raccomandiamo che si adotti soprattutto ora, per i 300 miliardi che arrivano dall’Ue, adottando sanzioni per chi non esegue un bilancio di genere nella Pubblica amministrazione“. E infine un invito “all’alleanza tra donne delle associazioni, della politica e della pubblica amministrazione” per monitorare e concretizzare l’utilizzo di questo strumento.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

9 Luglio 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»