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Strage di Bologna, Giannuli: “D’Amato fece parte dei servizi per tutta la vita”

Aldo Giannuli analizza davanti ai giudici la figura di Federico Umberto D'Amato, possibile mandante della strage
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BOLOGNA – Federico Umberto D’Amato, ex capo dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, dopo aver lasciato l’incarico nel 1974, e anche dopo la pensione, “mantenne il ruolo di consulente dell’Ufficio e continuò a gestire la sua rete di informatori”. Inoltre “rappresentò l’Italia nel Club di Berna”, che riuniva i principali Servizi segreti civili europei -e, in un secondo momento, anche l’Fbi- e ne divenne presidente onorario, e “fece parte dell’intelligence tutta la vita, o almeno fino al 1994”. A dirlo, in Corte d’Assise a Bologna, è Aldo Giannuli, consulente della Procura generale nell’ambito del processo sulla strage del 2 agosto 1980 a carico di Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia.

Giannuli è tornato in aula questa mattina, dopo aver iniziato la sua testimonianza la scorsa settimana, per proseguire la propria analisi della figura di D’Amato, morto nel 1996 e indicato dagli investigatori come uno dei mandanti, organizzatori e finanziatori dell’attentato assieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi.

Il consulente si è soffermato anche sui rapporti di D’Amato con alcuni politici. In particolare, afferma, “i suoi politici di riferimento furono Paolo Emilio Taviani e, soprattutto, Francesco Cossiga, che per lui ebbe un ruolo importantissimo”. Proprio Cossiga, prosegue Giannuli, “sostenne la partecipazione di D’Amato al Club di Berna, continuò a garantirlo nella sua funzione di consulente esterno dell’Ufficio Affari riservati e lo protesse quando scoppiò lo scandalo P2 (a cui D’Amato era iscritto, ndr)”.

Alla domanda del presidente della Corte, Francesco Caruso, che gli chiede se D’Amato potesse ritenere che un evento eclatante come la strage di Bologna potesse accelerare la realizzazione del Piano di rinascita democratica di Gelli, Giannuli risponde dicendo: “Non sto nella testa di D’Amato, ma è possibile che lo abbia pensato”, aggiungendo che l’ex capo dell’Ufficio Affari riservati “non era uomo da farsi scrupoli, ma anche molto prudente”.

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