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A Bologna non c’è posto per bamboccioni: under 40 poveri ma autonomi

riunione lavoro
Il 43% dei giovani intervistati dalla Cgil è a rischio povertà, il 40% precario. La sociologa Pina Lalli la definisce "pragmatica rassegnazione"
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BOLOGNA – La sociologa dell’Alma Mater, Pina Lalli, la definisce una “rassegnazione pragmatica”: scarse aspettative sul proprio futuro, sulla possibilità di realizzare i propri sogni, che nascono dalla consapevolezza di come va il mondo (non bene). Per cui, alla fine, ci si rimbocca le maniche, ci si adatta, nella maggior parte dei casi, prendendo quello che offre il mercato del lavoro, accettando di fare rinunce e di vivere con pochi agi pur di conquistarsi una vita autonoma.

Insomma, gli under 40 bolognesi appaiono tutto fuorché “bamboccioni” o “choosy”: vogliono farsi una vita fuori dalla casa dei genitori e per farlo sono disposti a galleggiare appena sopra la soglia di povertà. Una condizione che riguarda una fetta consistente dei giovani bolognesi intervistati dalla Cgil tra gennaio e marzo (oltre 2.000): il 43% sostiene che lavoro non consente vita dignitosa e si collocano al primo grado del rischio di povertà, mentre il 13% precipita verso rischio massimo, giovani accomunati dall’avere un salario basso, nessun’altra entrata, devono pagare per la propria abitazione (l’affitto o il mutuo), e hanno figli. E tuttavia, l’83% del campione ha già sperimentato la transizione verso una vita autonoma, “una cosa che sorprende vista la larga parte di giovani precari”, osserva la ricercatrice dell’Ires, Daniela Freddi. Il 31% del campione, suddiviso in tre fasce di età, 19-24 anni, 25-34, 35-40, non ha un lavoro, percentuale che sale molto tra le fasce più giovani.

Quasi l’80% degli intervistati dalla Cgil a Bologna ha un titolo di studio superiore al diploma. Il 31% non ha un lavoro, il 30% di quelli che lo hanno ha un contratto a tempo determinato, quota che sale tra i più giovani oltre 70%, ma che pure tra le altre fasce di età resta tra un terzo e un quarto. Il 9% ha un impiego precario ascrivibile alla selva di contratti atipici, che aggiunto al 31% a termine, porta al 40% la percentuale di chi non ha un lavoro stabile. A questi si somma un 9% di autonomi, e per la maggior parte di loro aprire una partita Iva è stata una scelta imposta, se non proprio una richiesta esplicita del datore di lavoro. Alla precarietà in molti casi si associa anche un orario di lavoro ridotto: il 27% del campione ha un contratto part-time, il 33% dei ragazzi tra i 19 e 24 anni fa tra le 20 e le 30 ore. Per la maggior parte si tratta di un part-time involontario: il 70% di chi ha meno ore vorrebbe lavorare di più, mentre il 48% dei full-time vorrebbe lavorare meno ore.

La situazione contrattuale si riflette sullo stipendio: il 50% ha una busta paga tra i 1.000 e 1.500 euro, il 22% non va oltre i 1.000 euro, il 20% guadagna tra i 1.500 e i 2.000 euro. L’8% teme di perdere lavoro a causa della crisi pandemica. In molti l’hanno già perso: la maggior parte (il 51%) di quelli che hanno risposto al questionario della Cgil sono “disoccupati pandemici“, ragazzi ai quali non è stato rinnovato il contratto a termine. La metà di questo non percepisce alcun sostegno economico e ciò nonostante vive in autonomia.

“Si verifica una sorta di convivenza con la precarietà e il basso reddito che rallenta ma non blocca il percorso verso l’autonomia, sebbene sia importante segnalare che questi soggetti sono quelli che, di fronte a improvvisi mutamenti delle condizioni occupazionali, più facilmente possono cadere in uno stato di povertà, soprattutto se in un contesto famigliare mono-reddito e in presenza di figli”, evidenzia la ricerca della Camera del lavoro. L’indagine si è conclusa con alcune domande relative al proprio stato d’animo. Nel pieno della pandemia i giovani bolognesi non risultavano tanto preoccupati per la propria salute o di quella dei propri famigliari, ma soprattutto delle conseguenze economiche della crisi sanitaria. Il dato più significativo è relativo alla progettualità sul futuro tra persone di giovane età, che può essere ritenuto piuttosto basso. Altrettanto significativo lo scarto tra la progettualità, già modesta, e la convinzione di poter realizzare almeno una parte dei propri desideri. In sostanza pare dominare un grande senso di incertezza, che tende probabilmente per una parte dei rispondenti a sconfinare in rassegnazione e pessimismo. “La ricerca smentisce tanti luoghi comuni sui giovani: c’è una grande spinta all’autonomia”, osserva Lalli.

I giovani sono tutto tranne che ‘choosy’, desiderano costruire una vita autonoma e indipendente“, tira le somme l’assessore al Lavoro del Comune di Bologna, Marco Lombardo, che mette l’accento sul dato che riguarda i “disoccupati pandemici: molti dipendono dal mancato rinnovo contratti a termine. Segno che la tipologia del contratto ha un impatto diretto sulla sicurezza lavoro stesso“. Di fronte, poi, al timore di tanti di perdere il lavoro, l’assessore ribadisce la richiesta che lo sblocco dei licenziamenti sia “selettivo”. Peraltro, “l’eventuale perdita del posto del lavoro può determinare della casa”, ricorda Lombardo, che pensa a forme di contribuzione al mutuo e all’affitto per chi perde il lavoro a causa della pandemia”.

In generale, “preoccupa la rassegnazione giovani, che si riflette sulla propensione a mettere su famiglia, visto che anche il costo dei servizi viene percepito come un ostacolo a progetti per il futuro”. In questo quadro, anche il segretario della Cgil di Bologna, Maurizio Lunghi, ribadisce la richiesta di prolungare il blocco dei licenziamenti. “Il 43% dei giovani è in una situazione di sofferenza, se non mi pongo questo problema avrò un esplosione sociale di rabbia e contestazione”, avverte il sindacalista. “Non siamo mai stati capaci davvero di rappresentare i lavoratori della gig economy, dobbiamo lavorare in questa direzione, creando una contrattazione capace di interagire con nuovi bisogni e nuove esigenze”, ammette.

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