Violenza donne, Pirrone (Wave): “Con direttiva vittime Ue ottica neutrale e giustizia riparativa, è pericolosa”

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A lanciare l'allarme è Marcella Pirrone, presidente della rete europea dei centri antiviolenza e delle case rifugio Women Against Violence Europe (Wave)
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ROMA – Viene direttamente dall’Europa un nuovo pericolo di neutralizzazione e appiattimento nell’approccio al contrasto della violenza maschile contro le donne. È la direttiva 2012/29/Eu della Commissione europea dedicata alle vittime dei reati, che introduce il concetto di ‘giustizia riparativa’, una sorta di mediazione tra autore del reato e vittima che rischia di affacciarsi anche in ambito penale nei processi di violenza contro le donne e maltrattamenti familiari.

A lanciare l’allarme è Marcella Pirrone, presidente della rete europea dei centri antiviolenza e delle case rifugio Women Against Violence Europe (Wave), dal palco della sala Petrassi dell’auditorium Parco della Musica di Roma nel panel dedicato alla vittimizzazione secondaria in programma oggi nel pomeriggio di chiusura del festival promosso da D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza ‘Libere di essere’.

“Si tratta di uno strumento molto tecnico che dice che le procedure penali hanno dato sempre poca attenzione alle vittime- spiega- La ‘direttiva vittime’ ha fatto sì che ci fosse un’attenzione anche alla violenza contro le donne, però con un appiattimento che è andato in direzione di una neutralità di genere”.

Già finanziati “reti e progetti che lavorano sulla giustizia riparativa, anche in Italia, che peraltro su questa direttiva ha aperta una procedura di infrazione”, fa sapere a margine dell’incontro all’agenzia di stampa Dire Pirrone, che punta il dito contro “l’alleanza estremamente critica tra chi propone la ‘giustizia riparativa’ e chi lavora con i maltrattanti”.

Una “tendenza pericolosa” a cui la rete nazionale dei centri antiviolenza si oppone: “Noi come Donne in Rete contro la Violenza- avverte la presidente di Wave- siamo assolutamente contrarie e abbiamo delle ragioni scientifiche e fondate per poter dire che questo percorso non è proponibile. Quindi sosteniamo le donne nel non accettare né aderire”.

Ma anche dietro la non adesione a percorsi di mediazione e giustizia riparativa si cela un altro pericolo: “La donna che non li accetta- sottolinea Pirrone- viene presentata come una donna che coltiva l’odio, il rancore, che non vuole mettersi d’accordo e andare avanti nell’interesse dei figli”.

Quei figli spesso strumentalizzati nei processi civili di separazione e affido, come racconta l’avvocata civilista della rete D.i.Re Titti Carrano: “Non sono solo le donne a non essere credute, non vengono creduti nemmeno i bambini e le bambine, le cui paure restano inascoltate- dice- La donna si ritrova in una situazione paradossale nei percorsi giudiziari di affido: le viene chiesto di tenere un profilo basso, di dover dissociare il rapporto di coppia dal rapporto genitoriale”. Le decisioni “si spostano dalle aule dei tribunali agli studi di professionisti, che possono essere psicologi o psichiatri, a seconda della situazione”. Il risultato è una sorta di “medicalizzazione di questi procedimenti”, in cui “nelle relazioni di Servizi Sociali e consulenti tecnici d’ufficio (ctu) non si riconosce né viene nominata la violenza, confusa con la conflittualità”.

Da cui parte poi una reinterpretazione dei vissuti di violenza di mamme e figli: “Il rifiuto dei bambini viene letto come una manipolazione della madre”, appellata con espressioni come “‘madre malevola, simbiotica, che trasferisce sui propri figli le sue paure”. E “di fronte al superiore interesse del minore- osserva Carrano- prevale il diritto alla bigenitorialità”, mentre a mancare “sono le domande giuste”.

Dal civile al penale, una rivittimizzazione chiama l’altra, con donne spesso “costrette a raccontare la violenza domestica” più volte nel corso del procedimento per l’accertamento del reato, un “racconto doloroso, faticoso, drammatico”, scandisce Elena Biaggioni, avvocata penalista della rete D.i.Re, che “non è necessario che la donna ripeta cinque o sei volte”. E avverte: “A mancare è l’immaginario su vittima e aggressore, la capacità di pensare a quel tipo di situazione” senza pretendere che “le vittime debbano tutte comportarsi allo stesso modo, perché ogni donna può reagire in maniera diversa alla violenza”.

Il principale nemico da combattere, infatti, è ancora la svalutazione della voce delle donne, a cui spesso non si crede: “Gran parte della violenza si basa sui rapporti di potere- chiarisce Patrizia Romito, docente di Psicologia sociale del dipartimento di Studi Umanistici dell’università di Trieste- non credere alla vittima significa non prendere posizione contro l’aggressore. Di solito ci si allinea con chi è dominante piuttosto che con chi è dominato e non credere alla vittima fa un po’ comodo a tutti”.

Il problema è che a non credere alle donne, spesso, è proprio chi dovrebbe aiutarle: “C’è una ricerca interessante di Liz Kelly, una sociologa inglese, che recentemente ha intervistato poliziotti dei commissariati specializzati sulla violenza contro le donne, in particolare sulla violenza sessuale. Il 30% delle denunce, dal loro punto di vista, erano false. Quando le ricercatrici hanno esaminato i rapporti che gli stessi poliziotti e poliziotte avevano riempito, sono arrivate alla conclusione che non più del 5% potessero essere false denunce“.

Unico vero strumento per evitare la vittimizzazione secondaria è, dunque, “la formazione di tutti gli operatori- sottolinea Biaggioni- per cercare di offrire letture che non siano quelle stereotipate, che alimentano i pregiudizi e che rendono più faticoso il percorso di riconoscimento di questi reati”. Per voltare pagina, però, “ci vuole una forte volontà politica e su questo non credo che ci sia una soluzione a breve”.

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