Peppino Impastato, il giornalista ucciso dalla mafia

Il ricordo dell’attivista a quarantatré anni dalla morte
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ROMA – “La mafia uccide, il silenzio pure”, ripeteva Peppino Impastato. Lo sapeva bene lui che era nato a Cinisi in provincia di Palermo da una famiglia mafiosa: il padre, Luigi, era stato spedito al confino durante il periodo fascista e lo zio, Cesare Manzella, capomafia del paese, era rimasto ucciso in un attentato nel 1963. Da ragazzo, lo strappo con il padre, che lo cacciò via di casa, e l’avvio dell’attività politica, all’insegna della lotta alla mafia. 

“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”: per questo Peppino, oltre a scrivere, costituì prima, nel 1976, il gruppo ‘Musica e cultura’ grazie a cui riuscì a dare vita ad attività culturali che andavano dal cineforum fino al teatro e ai dibattiti; poi, nel 1977, la fondazione di ‘Radio Aut’, la radio indipendente e autofinanziata da cui Impastato denunciava gli affari illeciti dei capi mafia locali, in particolare quelli di Gaetano Badalamenti, che ironicamente Peppino chiamava ‘Tano Seduto”, al centro del scambi internazionali di droga, grazie al controllo strategico dell’aeroporto di Punta Raisi. 

In molti, nel paese e non solo, avevano iniziato a seguirlo durante ‘Onda pazza a Mafiopoli’, la trasmissione di stampo satirico in cui si faceva beffa tanto dei mafiosi che dei politici. Poi, nel 1978, la discesa in campo al fianco della ‘Democrazia Proletaria’ per le elezioni comunali. Una campagna però che Peppino non riuscì a portare a termine perché venne ucciso assassinato prima, per mandato di Gaetano Badalamenti, tra l’8 e il 9 maggio 1978. Una morte rimasta per ore nell’ombra, per via del ritrovamento, nello stesso giorno, del presidente DC Aldo Moro in via Caetani a Roma, ucciso per mano delle Br.

Il corpo senza vita di Peppino Impastato venne posto lungo i binari della ferrovia Trapani-Palermo e fatto saltare in aria con il tritolo, nel tentativo di depistare gli investigatori e avvalorare l’ipotesi di un suicidio. Nonostante lo stallo delle indagini, agli abitanti di Cinisi era chiaro quanto avvenuto e molti elettori, giorni dopo l’uccisione, decisero di votare comunque il suo nome riuscendo a farlo eleggere ‘simbolicamente’ al Consiglio comunale.  

Peppino sapeva il rischio che correva: “Nessuno ci vendicherà, la nostra pena non ha testimoni”.  Ma la testimonianza del giornalista venne portava avanti dal fratello Giovanni e dalla madre Felicia che, grazie ai compagni del Centro studi siciliano di documentazione, riuscirono ad aprire l’inchiesta giudiziaria che solo molti anni dopo però, li avrebbe condotti alla verità. Dopo l’archiviazione del Tribunale di Palermo nel 1992, per la risoluzione del caso, fu necessario attendere il 1996, quando il pentito Salvatore Palazzolo, indicò in Badalamenti e nel vice Vito Palazzolo i mandanti dell’omicidio. 

Numerose le iniziative che ricordano Peppino Impastato: oltre all’annuale Forum Sociale Antimafia, a lui è dedicato il film del regista Marco Tullio Giordana, dal titolo ‘I cento passi”, gli stessi che dividevano la casa di Badalamenti da quella dell’attivista. E nel 2004, la laura honoris causa in filosofia concessa dall’Università di Palermo.

Anche quest’anno, nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia, si terrà un’intera Giornata nazionale di ‘Corteo diffuso’ dedicato alla memoria di Peppino Impastato e alla sua lotta contro la mafia. Invece di progettare eventi esclusivamente online, gli organizzatori dell’evento hanno pensato di creare piccoli spazi di raccoglimento in quelli che sono stati  i luoghi simbolo della storia del giornalista: a partire dal casolare in cui è stato ucciso e oggi rinominato Casa Felicia, fino a Radio Aut, passando per i luoghi in tutta Italia, dedicati alla sua memoria. 

Un modo, per portare avanti il più grande insegnamento di Peppino che ripeteva che: Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà  – affermava – “affinché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

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