ROMA – La Russia sta “vincendo” la guerra in Iran due volte, anzi tre: come alleato dell’Iran, perché nel cono d’ombra del conflitto in Medio Oriente nasconde il suo in Ucraina, e soprattutto perché ci sta guadagnando un sacco di soldi. La Russia è il secondo esportatore mondiale di greggio, e si trova dalla parte giusta della mappa da quando il petrolio ha smesso di scorrere. Non perché abbia fatto qualcosa di particolarmente brillante, ma perché qualcun altro ha chiuso lo Stretto di Hormuz al posto suo. Osserva e incassa.
I numeri, calcolati dalla Agenzia Reuters, sono di quelli che rendono scomoda qualsiasi narrativa semplice sulla guerra in Iran. La tassa russa sull’estrazione mineraria del petrolio ad aprile raggiungerà circa 700 miliardi di rubli – nove miliardi di dollari – rispetto ai 327 miliardi di marzo. Il prezzo del greggio degli Urali, il petrolio russo usato a fini fiscali, è passato da 44 dollari al barile a febbraio a 77 dollari a marzo: un aumento del 73% in un mese solo, ben al di sopra dei 59 dollari previsti nel bilancio statale. Il Cremlino, con la sobrietà di chi cerca di non esultare troppo apertamente, ha comunicato martedì che vi erano state “numerose richieste di energia russa provenienti da diverse parti del mondo”.
La struttura della coincidenza è, a questo punto, quasi pedagogica. Gli Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran a fine febbraio. L’Iran chiude lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL. Il Brent supera i 100 dollari al barile. E la Russia (che da tre anni subisce sanzioni occidentali progettate per strangolare le sue entrate energetiche) si ritrova con le entrate petrolifere che raddoppiano in un mese. Non è un piano. È peggio di un piano: è una conseguenza strutturale che nessuno ha voluto calcolare prima di premere il grilletto.
La Reuters poi spiega anche che i vantaggi russi hanno limiti reali. Il deficit di bilancio nel primo trimestre 2026 ha già raggiunto 4.580 miliardi di rubli, l’1,9% del PIL. Gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche continuano a erodere la produzione e minacciano tagli al greggio estratto. Gli economisti russi avvertono da mesi che il 2026 sarà un anno difficile. Il boom petrolifero di aprile non risolve questi problemi: li copre temporaneamente, sono una toppa.
Ma “temporaneamente” è una parola che nei bilanci di guerra conta molto. Ogni miliardo in più di entrate è un mese in più di spesa militare, un trimestre in più di tenuta interna, un’altra rata del debito geopolitico che Mosca riesce a onorare. La durata della crisi iraniana determinerà l’entità reale del vantaggio russo, il che significa che la Russia ha ora un interesse oggettivo, per quanto non dichiarabile, nella prosecuzione del conflitto.







