ROMA – La fine di un mito. Bitcoin era stato inventato da qualcuno che non voleva essere trovato. Satoshi Nakamoto era solo uno pseudonimo. Dietro di lui un’industria da 2.400 miliardi di dollari fondata sull’anonimato del suo fondatore. Il paradosso più redditizio della storia moderna. Che ora trova una soluzione.
Il giornalista investigativo del New York Times Zeke Faux ha impiegato un anno a tentare di risolvere quello che definisce “uno dei grandi enigmi della nostra epoca”. E dice di averlo trovato: si tratta di Adam Back, crittografo britannico di 55 anni, uno degli uomini più influenti nell’ecosistema Bitcoin, inventore di Hashcash – il sistema di calcolo che Satoshi ha usato come colonna portante di Bitcoin – e CEO di Blockstream, startup da 3,2 miliardi di dollari.
Il caso è ricostruito mattone su mattone in una lunga inchiesta. Back era un Cypherpunk, il gruppo di anarchici digitali degli anni Novanta da cui quasi certamente proveniva Satoshi. Era britannico, come suggeriva il titolo del Times di Londra che Satoshi aveva incorporato nel primo blocco di Bitcoin. Aveva proposto, tra il 1997 e il 1999, quasi ogni elemento architetturale di Bitcoin (la rete distribuita, la scarsità programmata, il timestamp immutabile, la resistenza alla censura governativa) con una precisione che va ben oltre la coincidenza. Un decennio prima che Bitcoin esistesse.
Le prove linguistiche sono ancora più suggestive. Faux e un collega del Nyt hanno costruito un database con oltre 34.000 utenti delle mailing list Cypherpunks, Cryptography e Hashcash. Applicando filtro dopo filtro – ortografia britannica, errori grammaticali specifici, uso dei trattini, doppio spazio tra frasi, alternanza tra “e-mail” ed “email”, tra “cheque” e “check” – alla fine è rimasto solo un solo nome: Adam Back. Sessantasette errori di sillabazione identici a quelli di Satoshi. Il secondo in classifica ne aveva trentotto.
C’è anche la questione del timing. Per oltre un decennio Back aveva partecipato ossessivamente a ogni discussione sulla moneta elettronica nelle mailing list. Quando arriva Bitcoin, l’incarnazione perfetta di tutto ciò che aveva teorizzato, scompare. Zero commenti. Silenzio assoluto. Poi ricompare nel giugno 2011, sei settimane dopo la sparizione definitiva di Satoshi. Si iscrive a Bitcointalk esattamente il giorno in cui un ricercatore pubblica uno studio sulla fortuna di Satoshi: 1,1 milioni di bitcoin, oggi 118 miliardi di dollari.
Faux lo ha incontrato due volte: a Las Vegas e a San Salvador. Back ha negato tutto, sei volte, con la coerenza di chi ha provato questa scena molte volte davanti allo specchio. Ma ha anche, in un momento di distrazione, risposto a una citazione di Satoshi – “sono più bravo con il codice che con le parole” – come se stesse commentando una cosa che aveva scritto lui stesso: “Ho chiacchierato parecchio in queste liste, per qualcuno che preferisce il codice alle parole”. Back ha poi spiegato che stava solo ragionando in astratto.
Quello che resta, alla fine, è qualcosa di più sottile di una rivelazione. Back non sposterà mai le sue monete per confermare l’identità. Satoshi ha costruito un sistema anti-censura, e l’unica censura rimasta è quella sulla propria identità. Nel frattempo, l’uomo che forse ha rivoluzionato la finanza globale continua a tenere conferenze, a twittare sul prezzo del Bitcoin e a quotare la sua nuova società in borsa tramite Cantor Fitzgerald.







