Diritti, WeWorld index: “È guerra ai bambini e alla scuola”

Presentata oggi a Roma la quinta edizione del rapporto WeWorld Index 2019, promosso da WeWorld-Gvc onlus, che calcola l'inclusione di donne e minori in 171 Paesi
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Nel mondo 350 milioni di bambini sono colpiti da conflitti armati e 104 milioni di loro non possono andare a scuola, in particolare in Africa e Asia. Conflitti e guerre si confermano quindi come la principale barriera all’educazione. E’ il dato che emerge dalla quinta edizione del rapporto WeWorld Index 2019, promosso da WeWorld-Gvc onlus, e presentato oggi a Roma presso il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale.

Il WeWorld Index calcola l’inclusione di donne e minori in 171 Paesi in ottica multidimensionale, ossia tenendo conto di 17 ambiti tra cui non solo quello economico ma anche quello educativo, lavorativo, sanitario, ambientale e della sicurezza. Focus dell’edizione 2019, il rapporto tra conflitti armati e abbandono scolastico: tra il 2013 e il 2017 sono stati più di 12mila gli attacchi in circa 70 Paesi, tra cui soprattutto Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Israele/Palestina, Nigeria, Yemen e Sud Sudan.

Nel mondo sarebbero inoltre 250mila i bambini soldato. L’attacco all’educazione è diventata una “precisa arma di guerra”, denuncia Stefano Piziali, responsabile advocacy per WeWorld-Gvc onlus. Piziali aggiunge: “In molti Paesi fare l’insegnante è diventata una professione ad alto rischio. Pensiamo al Burkina Faso, dove sono nel mirino i professori di lingua francese”, considerata da vari movimenti armati una lingua “dannosa” perché veicolo di influenze straniere. Mentre altrove, denuncia il responsabile advocacy, “gli edifici scolastici sono bombardati o trasformati dai gruppi armati in basi militari“.


 

Ana De Vega, dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), cita il caso della Siria per dimostrare questo rapporto di causa-effetto. “Prima dello scoppio della guerra nel 2011, la Siria presentava un tasso di scolarizzazione pari all’Italia, col 94% dei bambini inseriti nella scuola primaria” dice l’esperta. “Oggi un terzo delle scuole sono chiuse e oltre 700mila minori restano fuori dalle aule“.

Ma una soluzione, suggerisce ancora Piziali, di WeWorld-Gvc Onlus, è proprio lavorare sull’inclusione scolastica: “Non solo per garantire i diritti dei minori, ma anche come forma di sostegno contro i traumi sviluppati dai bambini che vivono le guerre. Fondamentale è anche la formazione degli insegnanti, per diffondere informazioni su temi essenziali come la prevenzione delle malattie, l’educazione sessuale o il modo in cui evitare le mine anti-uomo”.

L’educazione è la chiave della resilienza, anche per prevenire i conflitti” ha dichiarato Giorgio Marrapodi, direttore generale della Farnesina per la Cooperazione allo sviluppo. “Nel 2018 la Cooperazione italiana ha dedicato il 14% degli aiuti, circa 20 milioni di euro, all’istruzione dei minori nei Paesi svantaggiati, che equivale a quattro punti percentuali sopra la soglia minima indicata all’Ue”. Tra le azioni promosse, Marrapodi ricorda “il sostegno al piano del World Food Programme per la distribuzione dei pasti nelle scuole per contrastare l’abbandono”.

“AFRICA INDIETRO, MA C’È LA SORPRESA INDIA”

“A livello di inclusione di donne e minori, la Norvegia risulta in testa alla classifica, mentre la Repubblica Centrafricana si conferma in fondo“, con due punti in meno rispetto al 2018. Questa la fotografia scattata sui 170 Paesi analizzati dal WeWorld Index 2019, realizzato da WeWorld Gvc Onlus e presentato oggi al ministero degli Affari esteri, a Roma.

A illustrare i dati all’agenzia ‘Dire’ e’ Marco Chiesara, presidente di WeWorld Gvc onlus. “Purtroppo – dice Chiesara – agli ultimi posti riscontriamo la presenza di Paesi africani e dell’area mediorientale”. In particolare, lo studio rivela che è aumentato di tre unità il numero di Paesi finiti nelle ultime due categorie – sulle cinque totali – ossia quelle di “grave” e “gravissima” esclusione, ora salito a 103. Tra questi troviamo solo Paesi africani, oltre a Yemen, Afghanistan, Siria, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Haiti, Bangladesh, Iraq e Timor Est.

L’India invece è salita dalla categoria ‘grave inclusione’ a ‘insufficiente inclusione’ – annota Chiesara – e ciò ha permesso di spostare un miliardo e 400 milioni di persone fuori dall’area di ‘grave’ o ‘gravissima esclusione'”. Il principale freno allo sviluppo dell’Africa, secondo il presidente di WeWorld Gvc onlus, “sono i conflitti armati che rappresentano una barriera importante ad esempio per l’accesso all’educazione”.

Anche il grado di resilienza ai cambiamenti climatici ha però una conseguenza immediata in termini di scoppio di conflitti armati e quindi accesso alle opportunità, quindi anche di inclusione scolastica. I Paesi africani delle regioni del Sahel e del Lago Ciad, che pagano gli effetti del riscaldamento globale e dei disastri naturali, sono anche tra i più instabili. In Asia, ricorda Chiesara, “il terremoto in Nepal del 2015 ha distrutto molte scuole soprattutto nelle zone rurali. Per questo è stato fondamentale intervenire per far ripartire il sistema educativo anche in una situazione di emergenza”.

“I dati che abbiamo raccolto non ci fanno essere ottimisti” dice Chiesara, convinto che “molto vada ancora fatto”. “Ecco – conclude l’esperto – l’utilità di un studio come il WeWorld Index: indicare ai decisori politici gli ambiti su cui intervenire”.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Agenzia DIRE - Iscritta al Tribunale di Roma – sezione stampa – al n.341/88 del 08/06/1988 Editore: Com.e – Comunicazione&Editoria srl Corso d’Italia, 38a 00198 Roma – C.F. 08252061000 Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»