In Emilia-Romagna i genitori ricorrono nuovamente al Tar contro la Dad

Dad didattica a distanza
Depositato al Tribunale amministrativo regionale un ricorso per chiedere "l'annullamento, previa sospensiva" della parte dell'ordinanza regionale del 26 febbraio
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BOLOGNA – In Emilia-Romagna un gruppo di genitori ricorre nuovamente al Tar contro la chiusura delle scuole e la didattica a distanza: 33 di loro, assistiti dagli avvocati Carmela Cappello, Laura Dal Pra, Marco Sforzi e Maria ‘Milli’ Virgilio, hanno infatti depositato un ricorso al Tribunale amministrativo regionale per chiedere “l’annullamento, previa sospensiva”, della parte dell’ordinanza regionale del 26 febbraio scorso in cui si dispone la didattica a distanza al 100% nelle scuole di Bologna e provincia dall’1 al 14 marzo.

Questo ricorso segue un’altra azione legale dei genitori, che lo scorso gennaio avevano ottenuto dal Tar emiliano-romagnolo l’annullamento dell’ordinanza con cui la Regione aveva posticipato la ripresa della didattica in presenza al 50%. Questa volta, si legge nel ricorso, l’ordinanza regionale “viene ritenuta ingiusta e illegittima”, in quanto “a fronte di una situazione epidemiologica presentata alla cittadinanza come grave e soprattutto in tragico aggravamento interviene, in buona sostanza, solo sulla scuola (giacché altre misure sono solo di preteso contenimento: è inutile contenere gli spostamenti se si tengono aperti i negozi e locali) imponendo indiscriminatamente la modalità della didattica a distanza a tutte le scuole primarie e alle scuole secondarie di primo e secondo grado del Comune di Bologna e di ambito Ausl Bologna”, con un regime “peggiorativo non solo rispetto alle altre zone ‘arancioni’, ma anche rispetto alle zone ‘rosse’, dove sono in presenza sia le scuole elementari, sia la prima media”.

La chiusura di ogni ordine di scuola in Emilia-Romagna, scrivono i legali, “nuoce agli studenti, ma anche ai genitori che comunque li devono istruire e custodire e vedono ostacolati, le madri in primis, i propri diritti lavorativi”. Il provvedimento della Regione violerebbe poi la legge sotto vari aspetti, secondo i genitori. In primo luogo, si nota che in un anno viale Aldo Moro ha adottato “oltre 50 ordinanze, e dunque la reiterazione e protrazione del ‘carattere contingibile e urgente’ finisce per auto elidersi, e con il tempo vengono necessariamente meno i presupposti che giustificano provvedimenti di tale carattere”. Inoltre, si legge nel documento, l’ordinanza “viola i limiti previsti nel sistema giuridico vigente ai poteri di intervento delle Regioni”.

Questo perché l’ordinanza è un provvedimento che, “oltre ad avere carattere necessariamente temporaneo, risulta legittimamente adottabile solo se appaia plausibile il futuro intervento di un Dpcm, presupposto che però oggi è venuto meno, a causa della particolare tecnica normativa adottata nel Dpcm del 14 gennaio, che ha eliminato la possibilità di intervento da parte delle Regioni suddividendo l’Italia idealmente in distinte aree e individuando distinti regimi di sospensione delle attività”. In questo contesto, infatti, “è il ministro della Salute, con specifica ordinanza, a determinare periodicamente, in relazione ai dati in proprio possesso, quali Regioni debbano essere collocate nelle diverse aree, e non è dunque contemplabile un Dpcm ‘che sta per arrivare’, in anticipazione del quale le Regioni possano adottare propri provvedimenti”.

I legali osservano poi che “la didattica a distanza al 100% non permette di assicurare l’educazione-istruzione come delineata e tutelata dalle convenzioni e dai trattati internazionali, ma anche dalla nostra carta costituzionale”, e contestano, con una relazione scientifica, i presupposti sanitari in base ai quali la Regione ha deciso di chiudere le scuole, “lasciando invece aperti tanti altri servizi e strutture frequentabili anche da studenti”. Le analisi epidemiologiche, si legge, “indicano che gli individui in età scolare non presentano un profilo di rischio superiore a quello del resto della popolazione”, e quanto all’aumento dei focolai in ambito scolastico rilevato fino al 21 febbraio, esso è “minore rispetto all’aumento osservato in caserme e la metà dell’aumento osservato in istituti penitenziari, e comparabile all’aumento osservato in ambito lavorativo, ma la chiusura è stata riservata solo alle scuole”.

Dunque l’ordinanza, secondo i legali, “non risulta motivata, anzi adduce essa stessa alcuni dati in decrescita e comunque non riferiti a tutti i tre gradi di scuola compromessi”. Infine, per quanto riguarda “la tutela del diritto alla salute dei cittadini, studenti compresi”, l’atto della Regione “non spiega perché lo svolgimento a distanza delle attività delle classi elementari, medie e superiori determinerebbe effetti positivi sulla salute dei cittadini”. L’ordinanza, concludono quindi i legali, “nel prescrivere per la scuola misure più restrittive rispetto a quelle stabilite per altri settori della vita sociale e produttiva, realizza una palese discriminazione indiretta per ragioni di età, vietata dall’ordinamento dell’Unione europea”.

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