‘L’architetto e le città’, al Maxxi grande mostra su Aldo Rossi

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Oltre 800 tra disegni, schizzi, appunti, lettere, fotografie, modelli e documenti che testimoniano e ripercorrono il percorso di un gigante dell'architettura
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ROMA – Architetto, certo. Ma anche poeta, artista, disegnatore, studioso, intellettuale. Teorico della città, vincitore del Pritzker Prize, “star ante litteram” di fama mondiale, Aldo Rossi è il protagonista di una grande mostra al Maxxi, probabilmente la più completa realizzata a Roma grazie agli oltre 800 tra disegni, schizzi, appunti, lettere, fotografie, modelli e documenti che testimoniano e ripercorrono il percorso di un gigante dell’architettura. Curata da Alberto Ferlenga con il coordinamento di Carla Zhara Buda e realizzata in collaborazione con la Fondazione Aldo Rossi, l’esposizione dal titolo ‘L’architetto e le città’ allestita nella Galleria 2 del museo di via Guido Reni sarà aperta al pubblico da domani, 10 marzo, al 17 ottobre 2021. Si parte da un modellino del Duomo di Milano, punto di partenza, ma anche di ritorno della riflessione che ha portato Rossi, nel 1966, a scrivere ‘L’architettura della città’, uno dei testi di architettura più tradotti e diffusi nel mondo, nato negli anni della sua formazione. “È un giovanissimo architetto che appena finita la guerra si pone il compito della ricostruzione. Un impegno non dissimile da quello che abbiamo oggi”, osserva Ferlenga.

E Aldo Rossi costruisce e ricostruisce, e lo fa nelle città italiane ma anche di tutto il mondo. A Modena nel 1971 progetta il cimitero di San Cataldo, a cui la mostra dedica un focus, opera ancora oggi incompiuta e concepita come una città dei morti composta da percorsi rettilinei porticati, con alle estremità due figure archetipe dell’architettura: un cubo rosso e un cono. E poi i progetti legati al teatro – sua grande passione – come quelli del Carlo Felice di Genova e della Fenice di Venezia, che però non vedrà mai ricostruito. Ma soprattutto la sua creatura: il Teatro del mondo, altro focus dell’esposizione, opera effimera realizzata da Aldo Rossi per la Biennale di Venezia del 1980. Dopo l’esposizione – quell’anno diretta da Paolo Portoghesi – il suo piccolo teatro galleggiante collocato davanti Punta della Dogana ha navigato fino a Dubrovnik, per poi tornare a Venezia ed essere smontato. La sua costruzione e il suo viaggio epico sono raccontati al Maxxi dai disegni e dal modello, oltre che documentati dagli scatti di Antonio Martinelli, che insieme ad altri grandi della fotografia – da Ghirri a Basilico, tutti presenti in mostra – ha immortalato le forme e i colori di Aldo Rossi.

E poi Berlino, Barcellona, Santiago di Compostela, Amsterdam, New York e Tokyo, tutti luoghi amati ma che per lui “l’uno senza l’altro non si possono capire”. Anticipatore della figura di architetto che viaggia di continuo, “per Aldo Rossi le città non possono essere ricondotte a un’unica forma– spiega ancora il curatore- La sua ‘Città analoga’ (il cui grande disegno è esposto in mostra, ndr) è frammentata, vede insieme caratteri di città diverse”. Architetto poliedrico e visionario, refrattario alle definizioni, tanto che “non avrebbe amato chi lo definisce postmoderno, visto che di sé diceva di non essere mai stato moderno”, fuori dalle mode e perciò difficilmente etichettabile, Aldo Rossi resta tuttavia “un punto di riferimento della storia dell’architettura italiana e internazionale– tiene a dire Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi- un maestro, una figura irripetibile che ha messo al centro la città e la sua ricostruzione. È anche per questo che considero questa mostra un’offerta per la comunità di chi oggi sta ripensando e riprogettando le nostre città e una lezione assolutamente attuale e contemporanea. Credo che il ruolo di una istituzione come il Maxxi sia anche questo: nel post pandemia c’è bisogno di più cultura e di riscoprire l’orgoglio per la cultura del nostro Paese. Il Maxxi è un luogo tanto più importante oggi nel momento in cui persino la presidente della Commissione dell’Unione europea- ricorda Melandri- ha indicato nella nuova Bauhaus dell’Europa la linea di lavoro per ripensare il progetto dell’Unione europea”.

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