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Riabilitazione e robotica per le malattie neurodegenerative

Intervista alla professoressa Federica Bressi dell'UOC di Medicina Fisica e riabilitativa del Campus Bio-medico di Roma
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ROMA – Adulti e anziani a volte possono manifestare difficolta’ a ritrovare la strada di casa, a ricordare un nome o possono manifestare la perdita di equilibrio e tremori. Quando si arriva dal medico pero’ a volte la malattia, che sia l’Alzheimer o il Parkinson o altre forme neurodegenerative, e’ gia’ in atto da molto tempo. Si parla a volte anche di 10 anni. Se non e’ possibile bloccare l’insorgere della malattia molto puo’ essere fatto a livello clinico e riabilitativo sia per restituire al paziente una certa qualita’ di vita che per fornire supporto ai caregiver familiari. Per capire bene come stanno le cose l’agenzia di stampa Dire ha intervistato la professoressa Federica Bressi dell’UOC di Medicina Fisica e riabilitativa del Campus Bio-medico di Roma. 

Parkinson, Alzheimer e piu’ in generale le demenze sono definite malattie neurodegenerative. Quali sono le differenze e i fattori scatenanti che concorrono alla loro insorgenza?

“L’Alzheimer e il Parkinson sono entrambe malattie neurodegenerative che colpiscono i neuroni del cervello. Come sappiamo bene i neuroni non si riproducono e quando subiscono danni, per le piu’ svariate ragioni, muoiono e non sono sostituiti dall’organismo. Esistono una serie di segni e sintomi che sono inizialmente cognitivi e intellettivi nella malattia di Alzheimer e il tremore e rigidita’ nella malattia di Parkinson che devono mettere in allarme. L’Alzheimer e’ tra le demenze quella con piu’ alta incidenza in Italia e a livello mondiale, in questo caso il paziente perde completamente quelle capacita’ intellettive che gli consentono di essere autonomo nella vita quotidiana. Il Parkinson e l’Alzheimer hanno una base comune e cioe’ di essere delle malattie degenerative con relativo deupaperimento neuronale e perdita di circuiti nervosi fondamentali con ricadute sulla sfera motoria nella prima e cognitive nella seconda. Sussistono tuttavia delle forme di parkinson dette ‘plus’ caratterizzate anche da un aspetto cognitivo. Venendo ai numeri la demenza di Alzheimer in Europa e’ pari al 54% di tutte le demenze che nei 65enni si attesta al 4,4% soprattutto nel sesso femminile. Mentre nell’uomo si aggira allo 0,7% tra 65 e 69 anni e sale al 23% nelle ultranovantenni. Negli uomini si parla di 0,6% al 17,6% nelle stesse classi d’eta’. Venendo al nostro Paese l’Alzheimer interessa il 6,4% degli ultra 65enni mentre gli affetti da Parkinson sono 230mila pari 1,4% sopra i 60 anni e tra 3 e 5% sopra 75 anni. Di solito la patologia insorge intorno ai 60 anni ma vi possono essere delle forme precoci persino prima dei 50 anni d’eta’. Rispetto al passato fortunatamente si arriva ad una diagnosi precoce anche perche’ quando il paziente arriva la prima volta dal medico vuol dire che la malattia si e’ innescata 10 anni prima. Attualmente possiamo beneficiare di tecniche radiologiche e di risonanza magnetica di nuova generazione ma anche di una maggiore attenzione alla sintomatologia da parte del medico di famiglia. In piu’ il livello d’informazione e ascolto del proprio corpo da parte del paziente sicuramente contribuisce a scoprire prima l’insorgenza della malattia. Ad una maggiore prognosi contribuisce una vita equilibrata, un tipo di alimentazione corretta, un’attivita’ fisica costante. Negli anziani vale la regola di tenersi attivi mentalmente coltivando interessi e attivita’ culturali in grado di stimolare la plasticita’ cerebrale potenziando cosi’ le riserve neuronali, intellettuali e motorie. Per questo e’ molto importante sottoporsi alla riabilitazione cognitiva. Oggi e’ possibile anche usufruire di supporti a domicilio del paziente che sono in grado di stimolare la memoria anche quando la patologia e’ in corso al fine di migliorare e mantenere. Fondamentale e’ sostenere poi i caregiver familiari che tengono sulle loro spalle molto spesso la gestione del paziente anche perche’ si e’ osservato che loro stessi si ammalano piu’ facilmente. Riabilitazione con i robot unito alla stimolazione cerebrale sicuramente contribuiscono ad una qualita’ della vita migliore”.

Alcune forme possono essere ereditate? Se si quali?

“Quando si nota una familiarita’ si fanno anche valutazioni genetiche poiche’ potrebbero essere soggetti piu’ a rischio. La riabilitazione e l’uso d’integratori possono aiutare a contenere i sintomi della malattia, almeno agli inizi. Tuttavia, vari agenti sono commercializzati per il deterioramento cognitivo, pochi hanno prove convincenti per raccomandare il loro uso nelle popolazioni vulnerabili. Sono necessari piu’ dati per comprendere meglio questi potenziali trattamenti nel deterioramento cognitivo. sono in grado di contenere lo sviluppo della malattia”.

Uno stile di vita attivo sin da giovani puo’ scongiurare l’insorgenza di queste malattie? Che consigli in tal senso vuole dare?

“Sicuramente si. Direi che e’ proprio da giovani che si pongono le fondamenta per quello che e’ il futuro. Dieta equilibrata, attivita’ fisica e controlli medici ed ematici sistematici possono intercettare ed intervenire su patologie come il diabete, malattie metaboliche in genere e cardio- e cerebro-vascolari. La prevenzione consente di contenere i rischi, le complicanze e la gravita’ associate allo sviluppo delle patologie degenerative. Lo stile di vita condiziona il mantenimento e la qualita’ delle autonomie del paziente in ogni ambito della vita quotidiana”.

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