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Vecchio e nuovo, vincitori e perdenti

Piero Ignazi per www.rivistailmulino.it Due vincitori, Di Maio e Salvini, e due perdenti, Renzi e
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Due vincitori, Di Maio e Salvini, e due perdenti, Renzi e Berlusconi. Così cambia la politica italiana, con un ulteriore rinnovamento generazionale. Anche se Renzi è anagraficamente giovane, la sua “commistione”, per lungo tempo, con il potere lo ha associato all’establishment e lo ha reso un personaggio del passato. In una parola, un vecchio politico. Berlusconi, tanto riverito dai media per il suo ennesimo ritorno, è rimasto ai margini della contesa rendendo palese quanto sia affievolito il suo richiamo. Non c’è più quella società attiva e fervorosa che vedeva nel Cavaliere il referente mitico da emulare. Non c’è più quella voglia di fare e disfare che attraversava il Nord operoso. E non ci sono più le illusioni dello schermo televisivo, dove si sono perse le tracce anche delle veline, un tempo celebrate come modelli da imitare (basti ricordare l’ineffabile diciottenne Noemi che candidamente diceva quanto le sarebbe piaciuto entrare in Parlamento…). Il forzismo è definitivamente tramontato, spianato dalla ruspa salviniana. La società del secondo decennio degli anni Duemila è lontana anni luce da quella che ha visto l’affermarsi del berlusconismo.

Come è stato più volte descritto, viviamo in una società spaventata e depressa, arrabbiata e insofferente. Proporre a questa società algidi schemi interpretativi della realtà non ha senso. Non perché la razionalità debba essere gettata alle ortiche. Tutt’altro. Ma la politica necessita anche e soprattutto di emozioni per far muovere l’elettorato. Che possono essere positive o negative: rivolte verso l’apertura o la chiusura, la solidarietà o l’egoismo, e così via. La sinistra, in tutte le sue varianti, non ha scaldato i cuori. È apparsa, anche in Italia, un gestore dell’esistente. Oppure, quando ha vibrato, lo ho fatto all’unisono con gli imprenditori, celebrati come portatori di modernità e ricchezza. In un Paese impoverito come il nostro, la garrula allegria del segretario Renzi quando era a contatto con rappresentanti del “capitale” ha lasciato freddo, molto freddo il suo tradizionale elettorato popolare. Quando il leader del partito di sinistra identificava nel sindacato il suo principale avversario potrà aver rallegrato qualche imprenditore, ma avrà deluso una ben più ampia platea di lavoratori. Il Pd non ha inviato messaggi che entrassero in sintonia con le preoccupazioni o le aspirazioni dei ceti sottoprivilegiati. Solo sui diritti civili ha marcato il territorio, con un impegno meritorio. E infatti i ceti privilegiati, quelli metropolitani e agiati, hanno votato per il Partito democratico: è nei collegi centrali di Milano e Roma che il Pd elegge qualche candidato. Anche il partito di Renzi segue la parabola discendente degli altri partiti socialisti europei, rintanati tra i ceti medio-alti, urbani e istruiti. Una sorta di mutazione in partiti radicali di inizio Novecento, attenti ai diritti civili ma cauti, se non indifferenti, su quelli sociali.

Chi invece è entrato in piena sintonia con la società italiana è il Movimento 5 Stelle, che ha interpretato l’avversione all’establishment sia inviando messaggi antipolitici-populisti (il Vaffa), sia candidandosi a sostituire il vecchio notabilato meridionale con una nuova classe dirigente (il trionfo al Sud). Il M5S ha canalizzato la protesta pur abbandonando gli slogan truci del grillismo d’antan. È riuscito a sfondare aggiungendo costantemente dosi omeopatiche di realismo, di cui il revirement sull’Europa costituisce il caso più evidente. Il problema però è proprio questo: quanto realismo riuscirà a gestire un partito che ha promesso per tanto tempo l’impossibile e con chi potrà governare visto che ha disprezzato tutti gli altri attori politici? Passa di qui la strettoia che può portare all’implosione o all’egemonia.

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