Strage Bologna, Cavallini: “Non mi pento di quello che non ho fatto”

Le dichiarazioni spontanee dell'ex Nar Gilberto Cavallini al Tribunale di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980 per cui è accusato di concorso nel nuovo processo
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BOLOGNA – “Sono pentito di quello che ho fatto, di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Io, anche a nome dei miei compagni di gruppo, non devo chiedere perdono a nessuno per quel che è successo il 2 agosto 1980. Come disse di fronte alla Corte d’Assise molti anni fa Francesca Mambro, non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi”. Lo dice l’ex Nar Gilberto Cavallini, che oggi rilascia alcune dichiarazioni spontanee in Corte d’Assise a Bologna dove è imputato per concorso nella strage del 2 agosto 1980. La Corte presieduta da Michele Leoni è in camera di consiglio, la sentenza è attesa nelle prossime ore.

“Dal 12 settembre 1983- comincia Cavallini in aula- sono in carcere, ad oggi ho perso il conto ma sono quasi 38 anni. Sono anni di galera che mi sono meritato, non li contesto, li ho scontati tutti e sono pronto a scontarne ancora: la cosa non mi piace ma l’accetto, credo di aver fatto cose per le quali queste condanne sono state meritate”. Precisa poi l’ex Nar: “Quello che non accetto è di dover pagare per quello che non ho fatto: non tanto e non solo in termini carcerari, ma anche in termini di immagine e credibilità. Noi, io e miei compagni di gruppo, tutto quel che abbiamo fatto l’abbiamo fatto alla luce del sole e a viso scoperto, l’abbiamo rivendicato e pagato. Ci siamo resi conto che è stato tutto inutile e comunque sbagliato. In qualche maniera abbiamo cercato di riparare, chi più e chi meno coi mezzi che poteva. Ma a questo punto, e non da oggi, trovarci ancora a dover subire la falsificazione della nostra storia– tuona Cavallini- è qualcosa che non posso accettare. Abbiamo rivendicato quel che abbiamo fatto e per cui stiamo opagando, tutto il resto non ci appartiene. Per quello che abbiamo fatto non solo abbiamo subito e stiamo subendo anni di carcere, ma qualcuno ha anche lasciato la vita in mezzo alla strada”.

Cavallini cita in questo senso Alessandro Alibrandi, Giorgio Vale, “Francesca Mambro che ha rischiato seriamente di morire e così Valerio Fioravanti, Luigi Ciavardini che è stato ferito, e io non sono stato ammazzato quando venni arrestato per una serie di fatalità: ho fatto di tutto per offrire mia vita anche in quella circostanza”. Ma insiste Cavallini sul 2 agosto rivolto alla Corte: “Se voi pensate o credete che ragazzini di poco più di 20 anni, o anche minorenni, siano stati o siano la longa manus o gli esecutori di ordini di gruppi di potere come P2 o gruppi criminali come la mafia, fate un grosso errore e non un servizio né alla verità né al paese”. Conclude Cavallini: “Sono pronto a seguire tutte le conseguenze ugualmente, a offrire la mia sofferenza a nostro Signore. Non mi lamenterò. Ma non accetto che tutto questo venga spacciato come verità a cui sia doveroso credere. È tutta una strumentalizzazione, che parte sempre da quei gruppi editoriali tristemente noti nel nostro Paese per la tattica della diffamazione”.

“LA MIA FAMIGLIA È EMILIANA, COME AVREI POTUTO?”

“Per i familiari delle vittime ho un messaggio di cordoglio. Sono profondamente colpito come loro da quello che è successo e mi dispiace profondamente, ma non mi posso pentire di quello che non ho fatto“. Lo dice Gilberto Cavallini, l’ex Nar imputato in Corte d’Assise a Bologna per concorso nella strage del 2 agosto 1980, parlando ai giornalisti dopo le sue dichiarazioni spontanee questa mattina alla Corte, di fronte alla quale si è ribadito estraneo ai fatti contestati.  Per Cavallini, 67enne, condannato a diversi ergastoli e attualmente detenuto a Terni in regime di semilibertà, la Procura di Bologna ha chiesto l’ergastolo per la strage alla stazione, per la quale sono stati condannati in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

“C’è da stupirsi solo per il fatto di ritenere Sparti un teste attendibile: basta leggere i suoi verbali, si smentisce addirittura da solo per la faccenda dei capelli tinti di Mambro… questo processo va avanti così da anni e continua ad andare avanti così”, osserva l’ex Nar a margine. Il quale, tra l’altro, tiene a precisare di avere origini emiliane: “Mio padre è di Crevalcore, i Cavallini vengono dal bolognese. E la famiglia di mia madre è di Caorso, nel piacentino. Famiglie di una volta, contadine, quindi numerose. Potete immaginare quanti parenti avevo nel bolognese e in Emilia-Romagna nel 1980 che quel giorno avrebbero potuto trovarsi alla stazione di Bologna? Per andare al mare o in vacanza? Sarei stato un criminale triplo, se avessi colpito non solo innocenti ma anche famigliari”, assicura l’ex estremista di destra.

“NON VOGLIO DIRE TUTTO PERCHÈ NON SERVE DIRLO”

Si riparla poi delle accuse di reticenza circolate qua e là nell’ambito del processo anche nei confronti di Cavallini, che ad esempio ha sempre taciuto sul discusso numero riservato nella sua agenda vicino alla scritta Sub: “Non è che non posso dire tutto, non voglio dire tutto. Non voglio perché non serve dirlo. La faccenda del Sub è un falso problema, come ho detto non sono nemmeno sicuro di averlo incontrato quella mattina. Che cosa lo convocano a fare, anche se dovesse dire ‘sì lui era con me’ il giorno dopo direbbero che è un complice. La sua testimonianza- insiste Cavallini- varrebbe zero, e lui potrebbe irritarsi con me e dire ‘questo non l’ho mai conosciuto’, e verrei danneggiato io. Non infilo nel tritacarne di questo processo una persona estranea. Nemmeno se lo ricorda, secondo me: non devo nascondere nulla”.

“FACCIO UNA VITA RITIRATA, QUESTO NUOVO PROCESSO MI HA PORTATO ALLA RIBALTA”

Attualmente, l’ex Nar vive in regime di semilibertà e lavora quotidianamente per una cooperativa, ma, precisa, “non ho quasi più una vita sociale. Faccio una vita molto ritirata e semplice: casa-carcere e carcere-casa, pochissime frequentazioni amicali e nessuna relazione affettiva. Tutto quello che è successo attorno al processo mi ha portato alla ribalta in una maniera che non è riparabile. La gente rimane sconcertata quando sente che sei imputato per la strage di Bologna o che potresti essere uno dei killer che ha ammazzato il fratello del presidente della Repubblica”.

“IL DELITTO DEL GIUDICE AMATO MI PESA PIU’ DI ALTRI”

Parlando delle vittime che gli pesano più sulla coscienza, Cavallini premette che “non si può fare una graduatoria” ma in effetti “uno che mi pesa più degli altri è il giudice Amato, sinceramente: diciamo che quel buco nella scarpa ha colpito anche me. Se l’avessi guardato negli occhi probabilmente non l’avrei fatto, non avevo il coraggio di guardare negli occhi una persona che stavo per ammazzare”. Infine, Cavallini invia un messaggio ai più giovani: “C’è il rischio che qualcuno ci emuli, prima o poi, anche se io spero non succeda. Quello che abbiamo fatto noi è profondamente sbagliato: ho avuto questa sensazione poco prima che mi arrestassero, anche se ho mantenuto la bandiera per qualche anno”.

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BOLOGNA – “Sono pentito di quello che ho fatto, di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Io, anche a nome dei miei compagni di gruppo, non devo chiedere perdono a nessuno per quel che è successo il 2 agosto 1980. Come disse di fronte alla Corte d’Assise molti anni fa Francesca Mambro, non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi”. Lo dice l’ex Nar Gilberto Cavallini, che oggi rilascia alcune dichiarazioni spontanee in Corte d’Assise a Bologna dove è imputato per concorso nella strage del 2 agosto 1980. La Corte presieduta da Michele Leoni è in camera di consiglio, la sentenza è attesa nelle prossime ore. “Dal 12 settembre 1983- comincia Cavallini in aula- sono in carcere, ad oggi ho perso il conto ma sono quasi 38 anni. Sono anni di galera che mi sono meritato, non li contesto, li ho scontati tutti e sono pronto a scontarne ancora: la cosa non mi piace ma l’accetto, credo di aver fatto cose per le quali queste condanne sono state meritate”. Precisa poi l’ex Nar: “Quello che non accetto è di dover pagare per quello che non ho fatto: non tanto e non solo in termini carcerari, ma anche in termini di immagine e credibilità. Noi, io e miei compagni di gruppo, tutto quel che abbiamo fatto l’abbiamo fatto alla luce del sole e a viso scoperto, l’abbiamo rivendicato e pagato. Ci siamo resi conto che è stato tutto inutile e comunque sbagliato. In qualche maniera abbiamo cercato di riparare, chi più e chi meno coi mezzi che poteva. Ma a questo punto, e non da oggi, trovarci ancora a dover subire la falsificazione della nostra storia- tuona Cavallini- è qualcosa che non posso accettare. Abbiamo rivendicato quel che abbiamo fatto e per cui stiamo opagando, tutto il resto non ci appartiene. Per quello che abbiamo fatto non solo abbiamo subito e stiamo subendo anni di carcere, ma qualcuno ha anche lasciato la vita in mezzo alla strada”. Cavallini cita in questo senso Alessandro Alibrandi, Giorgio Vale, “Francesca Mambro che ha rischiato seriamente di morire e così Valerio Fioravanti, Luigi Ciavardini che è stato ferito, e io non sono stato ammazzato quando venni arrestato per una serie di fatalità: ho fatto di tutto per offrire mia vita anche in quella circostanza”. Ma insiste Cavallini sul 2 agosto rivolto alla Corte: “Se voi pensate o credete che ragazzini di poco più di 20 anni, o anche minorenni, siano stati o siano la longa manus o gli esecutori di ordini di gruppi di potere come P2 o gruppi criminali come la mafia, fate un grosso errore e non un servizio né alla verità né al paese”. Conclude Cavallini: “Sono pronto a seguire tutte le conseguenze ugualmente, a offrire la mia sofferenza a nostro Signore. Non mi lamenterò. Ma non accetto che tutto questo venga spacciato come verità a cui sia doveroso credere. È tutta una strumentalizzazione, che parte sempre da quei gruppi editoriali tristemente noti nel nostro Paese per la tattica della diffamazione”.

9 Gennaio 2020
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