VIDEO | Ecuador, continuano le proteste. L’attivista: “Non ci fermeremo”

Sixto: "Domani attesi in 20000"
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ROMA – Migliaia di manifestanti continuano ad affollare il Parque del Arbolito, davanti al palazzo dell‘Assemblea Nazionale a Quito, in Ecuador. Da poche ore, non si tratta più della capitale del Paese, trasferita a Guayaquil perché considerata meno esposta al rischio di manifestazioni di massa. “Veniamo dalla città e dalla campagna, siamo indigeni e non, studenti e lavoratori- racconta alla DIRE Sixto Machado, manifestante raggiunto telefonicamente sul posto- stamane parteciperemo a un’assemblea per prendere decisioni rispetto alle mobilitazioni che si faranno stasera. Si stanno organizzando manifestazioni qui ma anche sulla costa, dal momento che il governo ora si trova a Guayaquil”. Molti media parlano di quelle degli ultimi sei giorni come delle ‘proteste più violente degli ultimi anni’ nel Paese, ma quella denunciata da Machado è piuttosto la situazione di “repressione molto forte”.

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“Ci sono state violenze eccessive e abusi da parte delle forze dell’ordine, sia nelle città che in provincia. Ci sono stati morti, hanno buttato compagni dai ponti, molti sono stati feriti da spari, da proiettili di gomma e di piombo- racconta l’attivista- Se c’è stata, come c’è stata, violenza da parte dei manifestanti, è stata una violenza difensiva. È vero ci sono stati saccheggi, e roghi: ma la gente è affamata, e ruba delle cose per sfamarsi”. A innescare le proteste, da giorni, è soprattutto il ‘paquetazo‘, il pacchetto di tagli alla spesa pubblica imposto dal governo di Lenin Moreno.

“Sono misure che minacciano profondamente le classi popolari, ma anche la classe media ecuadoriana – commenta Sixto- Il prezzo del carburante è raddoppiato, in conseguenza del taglio dei sussidi statali, generando una crescita dei prezzi di tutto il paniere. Altre misure contestate sono il taglio del 20% sui salari pubblici, la riduzione delle ferie, una deregolamentazione statale sulle concessioni petrolifere che rischia di generare una maggiore apertura alla speculazione e all’estrattivismo”.

Le misure adottate dal governo di Quito sono la conseguenza di un accordo creditizio da quattro miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale. “Giovedì scorso- continua l’attivista- c’è stata una marcia enorme, principalmente nella capitale, ma anche in varie province del Paese. A poche ore dall’inizio delle manifestazioni, è stato dichiarato lo stato d’emergenza. Il primo risultato è stato che il giorno seguente, dopo meno di trenta minuti dal concentramento di una seconda manifestazione a Quito, sono iniziate le cariche e i lanci di gas tossici da parte della polizia. Ieri sera sono arrivati a Quito indigeni da tutte le province del Nord e del Sud. Hanno dato forza al movimento, ma più forte è stata anche la repressione”. Secondo i dati diffusi dai movimenti sociali, ieri a Quito sono arrivati circa 8000 indigeni, e altrettanti sarebbero i manifestanti provenienti dalle città. Alla manifestazione di domani, gli attivisti si aspettano 20mila persone.

E se il primo obiettivo è il ritiro del ‘paquetazo’, secondo Sixto la sfida è più ampia: “È un pacchetto che rientra in una tendenza continentale, che riguarda tutta l’America Latina. Abbiamo avuto le dittature, negli anni ’80, negli anni ’90 il neoliberismo, poi abbiamo avuto il socialismo del XXI secolo, che non è stato altro che un’espansione e un rafforzamento dello Stato. Ora abbiamo il nuovo pacchetto continentale: è lo stesso in Colombia, Argentina, Brasile, Perù. Vogliamo il suo ritiro, ma non che arrivi un presidente diverso ad applicare le stesse misure”. Alla società civile internazionale, i manifestanti lanciano un appello: “Abbiamo bisogno di aiuto, di cibo, di fondi. Stiamo organizzando mense popolari per sostenere gli scioperi, ma il Paese è paralizzato, anche economicamente, i trasporti sono bloccati da mercoledì. Per ora resistiamo, ma ci aspettano giorni più duri”. Sixto Machado, che usa uno pseudonimo, è un attivista del collettivo ‘Desde el Margen’.

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8 Ottobre 2019
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