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Afghanistan, la reporter tv: “Licenziata dai talebani, non mi arrendo”

afghanistan donne
"Con gli altri attivisti siamo convinti che dobbiamo essere forti; non possiamo mollare, dobbiamo combattere per i nostri diritti"
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ROMA – “Durante il primo governo dei talebani ero una bambina, non ricordo niente. Oggi però posso testimoniare che vivere sotto di loro è troppo dura, oltre che terribilmente pericoloso. La mia generazione sta perdendo le speranze, ma sappiamo che dobbiamo resistere”. A parlare con l’agenzia Dire è N. A., giornalista, fino al 15 agosto il volto che ogni sera annunciava il telegiornale delle 20 alla Radio Television Afghanistan (Rta), l’emittente pubblica che nel 1925 re Amanullah Khan fondò con l’ambizione di ammodernare il Paese.

Un progresso tante volte interrotto e riavviato, e anche ora a rischio, con l’avvento dei talebani al potere dopo il ritiro degli eserciti e delle diplomazie occidentali dal Paese. “Come molte altre ragazze che abbiamo studiato e ci siamo laureate, sono sconfortata” dice A.. Nel giorno in cui i combattenti islamisti sono entrati a Kabul, dopo aver piegato la resistenza dell’esercito afghano nelle principali città del Paese, la vita della giornalista è cambiata. “Non solo la mia: a tutte noi da quel giorno è stato vietato di lavorare” racconta. “All’inizio mi sono rifiutata e ho deciso di andare comunque in redazione, ma uomini armati piazzati all’ingresso della tv ce lo hanno impedito, dicendoci: ‘Voi non potete stare qui, non potete lavorare’. Da allora sono disoccupata”.

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Dal 15 agosto, la giornalista ha dovuto anche cambiare casa e iniziare una vita da “reclusa”: “Non posso rivelare dove abito, devo restare nascosta e non posso uscire”. Ieri però, nel giorno in cui i leader dei talebani hanno annunciato la composizione del governo “provvisorio”, A. ha deciso di unirsi a una protesta organizzata nella capitale per rivendicare l’inclusione delle donne nell’esecutivo: “Eravamo già oltre un centinaio, uomini e donne insieme, quando sono arrivati miliziani armati e ci hanno gridato di andarcene. Ci hanno minacciato coi fucili, hanno picchiato i giornalisti e hanno portato loro via l’attrezzatura. A noi donne hanno urlato che non avevamo alcun diritto di essere lì, che non ci è consentito parlare in pubblico”.

A. continua: “Non mi è rimasto altro da fare che tornare a casa. E’ stato terribile. Ma con gli altri attivisti siamo convinti che dobbiamo essere forti; non possiamo mollare, dobbiamo combattere per i nostri diritti“.

Al tempo stesso, la giornalista ammette di essere in pericolo: “Vorrei trovare un modo per andare via”. Il prossimo sabato ricorre il ventesimo anniversario dagli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. Fatti che, meno di un mese dopo, spinsero Washington a invadere l’Afghanistan per rovesciare i talebani, accusati di dare asilo ai militanti di Al-Qaeda. “Non ci fidiamo più degli Stati Uniti, così come non ci fidiamo dei talebani” sottolinea A.. “L’Aghanistan in questi anni ha perso così tante occasioni per tornare stabile e pacifico. Però ringrazio tutti i giornalisti che continuano a darci voce: abbiamo bisogno di voi affinché i vostri governi ci aiutino. Non dovete lasciarci soli”.

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