Conte e Zingaretti, alla fine qualcuno si farà male (politicamente è chiaro)

L'editoriale di Nico Perrone per DireOggi
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ROMA – Tutti a dire no, che non c’è nessun attrito, nessuna frizione o incomprensione tra il premier Giuseppe Conte e il segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Poi basta ‘grattare’ un pochino, e tra i vari commenti raccolti tra personaggi influenti Dem, esce fuori un «adesso Conte ha rotto». Eh sì, qualcosa si è rotto in questo ultimo periodo. Prima dell’estate nei pensieri Dem il premier Conte era il faro, la perfetta sintesi della costruenda alleanza tra Pd e M5S da metter in campo alle prossime politiche. Poi ci si è persi in chiacchiere, con il presidente del Consiglio che pur pressato dal segretario Dem non si è voluto spendere più di tanto per costruire e far da ponte. Al contrario, oggi le sue parole a più orecchie sono suonate come un vero e proprio sberleffo. «Io ho fatto un invito pubblico alle forze di maggioranza dicendo che avrebbero fatto bene a sedersi intorno a un tavolo per dialogare anche a livello territoriale. Mi sembra ragionevole: non mi sono permesso di dare indicazioni di voto, ho fatto un invito al dialogo», ha detto Conte rispondendo a Beirut a una domanda sulle regionali. «Deve sempre esserci il tentativo di dialogare: poi se ci sono valutazioni differenti sul territorio, io non posso intromettermi. Sono valutazioni delle singole forze politiche e per di più fatte a livello territoriale. Men che meno mi mi posso intromettere nel dare indicazioni di voto», ha aggiunto. Incredibile, insomma il parere di un qualsivoglia consigliere comunal-regional-provincial vale più di chi governa, di chi ha il compito di reggere una maggioranza. Mentre si cerca in tutti i modi di portare a casa un risultato che non porti il centrodestra a stravincere, siamo al classico ‘me ne lavo le mani’, sono cose da partiti. Non saranno giorni facili. Già al Senato, su provvedimenti importanti, è cominciata la fase dell’allungare i tempi, con mille cavilli e richieste. Tutte questioni che si intrecciano poi con le altre strategie anche interne alle singole forze politiche della maggioranza, di chi, ad esempio, sta cercando in tutti i modi di sostituire Zingaretti con il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Al di là dei dispetti reciproci che ci saranno, è chiaro che un attimo dopo il risultato delle regionali, si aprirà immediatamente la discussione sul rimpasto, anzi ‘rimpastone’ di Governo. Magari a quel punto il premier, che governa grazie a voti del M5S e del Pd, potrebbe ritrovarsi commissariato da due vicepremier, Zingaretti e Di Maio, a quel punto interessati a dettare loro agenda e priorità. Tutta la situazione si aggraverà? Ci penserà San Mario Draghi. Perché, come dice il mio amico Stanislaw Jerzy Lec “al traguardo non arrivano tutti quelli che hanno preso il via alla partenza… all’arrivo ce ne sono molti di più”.

LEGGI DIREOGGI | EDIZIONE DELL’8 SETTEMBRE 2020

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8 Settembre 2020
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