sabato 11 Luglio 2026

Patrizia Laquidara dal premio Tenco a un nuovo disco

Poliedrica, irrequieta e sensibile: Patrizia Laquidara appartiene ad una classe cantautorale insolita e non inflazionata

ROMA – Poliedrica, irrequieta e sensibile: Patrizia Laquidara appartiene ad una classe cantautorale insolita e non inflazionata. Quella, per intenderci, di coloro che non stanno fermi dentro al recinto (pur nobile) della canzone d’autore.

L’artista siciliana, ma da tempo veneta (trapiantata nelle terre pedemontante venete, proprio quelle descritte in Le città di pianura, film pluri-premiato e multi-citato), ormai ha legato il suo nome a dischi, romanzi (il semi-biografico Ti ho vista ieri, uscito per Neri Pozza: oltre 400 pagine di peregrinazioni e maturazioni tra Catania e la Laguna veneta), partecipazioni teatrali con Marco Paolini, attività di docente al conservatorio.

A tutto questo Laquidara ha unito viaggi in Brasile, da cui se n’è tornata con un carico di percussioni e percussionisti da far invidia. Insomma: un’irrequieta modalità di concepire la propria creatività. Questa cantautrice oggi giunge al suo settimo long playing, Flòrula, un incantevole prodotto discografico capace di aggregare in otto brani ispirazioni mediterranee e musica elettronica, evocazioni sudamericane e pop Anni 60. Un disco bello e dalle radici insolite di cui val la pena parlare.

Patrizia: lei è partita dalla canzone, si è affermata al Premio Tenco, ha toccato linguaggi diversi, letteratura compresa, per poi rientrare nella casa delle sette note. Che viaggio aveva intenzione di intraprendere quando si è messa a incidere questo nuovo disco?

“Ho trascorso gli ultimi anni andando a sbirciare altre sfere ed altri linguaggi espressivi lontani dal pentagramma, ma alla fine è stato importante per me tornare esprimere le cose, le storie e i sentimenti attraverso la voce, la musica ed il suono. Ho pubblicato un romanzo che è anche un’autobiografia: è stato uno spunto per parlare di me e di tutto uno sfondo umano, storico e sociale che si affacciava nel racconto, una storia collettiva che emergeva mentre raccontavo la mia storia. Alla fine il romanzo ha visto la luce e mi sono trovata con la voglia di tornare alla canzone arricchita da quella esperienza”.

C’è un rapporto esplicito o artistico tra romanzo e disco?

“Direi che era importante provare a vedere se i personaggi del libro ed i temi che là ho toccato potevano diventare più universali e vivere anche in un contesto differente, non solo letterario”.

Quindi è il tema della memoria che pare affermarsi. E’ soltanto guardare a un passato o può essere una forma per gettare luce sul presente?

“Verso la parola memoria ho una sorta di diffidenza, perché citandola rischiamo sempre di diventare nostalgici. Sicuramente in questo nuovo disco c’è memoria, però ci sono brani che guardano più al futuro. Ed anche le collaborazioni che ho scelto – Giulia Mei, Antonio Vargas, El Coco – sono con persone giovani che aiutano ad uscire da quella tentazione di affermare ‘ah che bello il passato’… Personalmente non credo affatto che il passato sia più bello del presente o del futuro: non ho questa visione della vita”.

Dal Brasile al Veneto: lei vive in una zona della regione recentemente portata sul grande schermo. Hai visto Le città di pianura?

“Sì, ma soprattutto io quella cosa lì – narrata nel film – l’ho vissuta e la vivo. Quell’aspetto quasi punk del Veneto lo conosco molto bene: persone che si incontrano di notte nei bar, giri infiniti in macchina anche se non sai dove andare, un bicchiere che chiama quello successivo, insieme si beve e si parla ed il tutto diventa alla fine quasi una serata quasi psichedelica. Il film racconta la realtà in modo spiccio, di prima mano: è stata la sua forza”.

Il film racconta di persone che in fin dei conti rischiano di vivere senza attendersi più nulla. Lei cosa si attende da questo nuovo album?

“Sinceramente non so cosa aspettarmi e cerco di non mettermi troppe aspettative. Penso che Flòrula sia forse il mio disco più maturo quindi mi piacerebbe che fosse riconosciuto per questo. Mi sento di essere più completa artisticamente e spero che si colga all’ascolto di queste nuove canzoni che arrivano in un tempo tanto particolare, mentre ci stiamo traghettando verso un’epoca piena di incognite, che contiene anche un modo differente di fruire della musica”.

Lei ha fatto anche la docente, sia al conservatorio che sul tuo territorio. Cosa insegna?

“Fino all’anno scorso ho insegnato Scrittura dei testi al Conservatorio di Brescia, un’esperienza davvero importante che mi ha dato una nuova maturità nell’approccio alla scrittura. Da lì, per strade insolite, mi hanno chiesto di tenere un corso all’università per anziani della zona del vicentino dove vivo, a Malo. Così mi sono trovata a preparare un corso sulla musica italiana degli Anni 60 e 70: è un impegno che mi ha costretto a studiare in profondità la produzione di quegli anni, scoprendo cose bellissime, analizzando le scuole dei cantautori – soprattutto quella genovese – e incontrando la varietà di ispirazioni, la canzone politica, le influenze sociali sulle parole cantate. Quando studi la canzone capisci anche la storia, comprendi che esiste un’educazione sentimentale di un popolo che si nutre anche di melodie”.

E in questi studi cosa ha scoperto in particolare?

“Quasi mi vergogno a dirlo: Piero Ciampi. Nel senso che lo conoscevo superficialmente, ma incontrandolo con attenzione ho scoperto che è forse il più grande autore della scuola genovese. Aveva un impatto emotivo e letterario pazzesco, superiore agli altri cantautori del suo tempo. Non pensavo di potermi ancora commuovere ascoltando qualcuno, ma con lui è successo. E la commozione, quando si ascoltano le canzoni, fa la differenza. Spero possa accadere un poco anche con le mie”. 

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