Mali, il reporter de Georgio: “Nel Sahel siamo cronisti a rischio”

L'8 aprile a Gao, in Mail, il reporter francese Ollivier Dubois è stato rapito da un gruppo armato su cui conduceva un'inchiesta
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ROMA – “Quando il giornalista diventa la notizia, qualcosa è andato storto. Il problema è che il Sahel è diventato terra di nessuno: i gruppi jihadisti la fanno da padrone“. Cosi’ all’agenzia Dire Andrea de Georgio, giornalista freelance, documentarista e analista per Ispi, da anni al lavoro tra Senegal, Mali e Burkina Faso, commentando la notizia del sequestro del collega francese Olivier Dubois. Il reporter è stato rapito a Gao, in Mali, l’8 aprile, ma la notizia è stata pubblicata solo negli ultimi giorni, su richiesta della famiglia e delle autorità francesi, impegnate nei negoziati.

Un video diffuso dai sequestratori prova che è stato preso dalla stesso gruppo armato su cui conduceva un’inchiesta, Jamaa Nusrat al-Islam wal-Muslimin (in italiano Gruppo di difesa dell’islam e dei musulmani), un movimento armato affiliato ad Al-Qaeda. Il cronista sarebbe rimasto vittima di una trappola, sottolinea de Georgio: “Gli avevano garantito un’intervista con uno dei vertici del gruppo, qualcosa che nessun giornalista ha mai ottenuto”.

Il fatto che Dubois abbia la pelle nera avrebbe facilitato il sequestro: “Tra noi colleghi c’è la convinzione che sia stato portato più facilmente fuori da Gao, nel deserto, perché confuso tra la popolazione locale”. Dubois non ha commesso errori di valutazione, secondo de Giorgio: “Raccogliere notizie di qualità, in un’area in cui gli inviati delle testate occidentali sono assenti è fondamentale. Conosciamo i rischi che corriamo e seguiamo tante regole di sicurezza“. Ma per raccontare un conflitto che non è solo “jihadisti cattivi contro eserciti buoni, bisogna vivere sul campo, parlare la lingua e muoversi. Solo così si coglie la complessità di queste realtà”.

In Mali, nonostante la presenza di migliaia di caschi blu della missione dell’Onu Minusma, o dei militari della missione francese Barkhane, i movimenti armati, tra cui vari di orientamento jihadista, restano tanti e sempre più capillari sul territorio. La situazione è particolarmente critica dal 2012 soprattutto nel Sahel centrale, nel triangolo “delle tre frontiere”, tra Mali, Niger e Burkina Faso. In questo contesto, dice de Georgio, “le garanzie di sicurezza per noi reporter sono inversamente proporzionali alla deontologia del giornalismo, che chiede di raccontare con completezza la realtà”.

I freelance compensano anche l’assenza di un giornalismo locale completamente libero. “Questi paesi sono in coda alle classifiche mondiali” dice de Georgio. “Di recente stanno aumentando i giovani cronisti, preparati e che fanno inchieste, ma non basta”.

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