ROMA – Lo stretto di Hormuz è aperto. In un senso, almeno. Il cessate il fuoco annunciato nella notte prevede che l’Iran garantisca il passaggio sicuro delle navi per due settimane. Era una delle priorità dichiarate di Trump. Il problema è che, prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra, lo stretto era già aperto. E lo era formalmente per tutti, come stabilito dai trattati internazionali. Adesso invece è l’Iran a decidere chi passa e chi no. E l’accordo di ieri sera non cambia questa geometria.
I numeri raccontano cosa è successo in queste settimane. Secondo i dati di AXSMarine riportati dal Guardian, che monitora i movimenti navali a livello globale, a ieri sera erano 1.441 le navi bloccate sui due lati dello stretto: 959 nel Golfo Persico, in attesa di uscire, 621 ad est, in attesa di entrare. Nelle ultime due settimane, fino al 6 aprile, solo 51 petroliere hanno attraversato il passaggio. Prima della guerra ne transitavano 51 al giorno. Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, nessuna nave che trasportasse gas naturale liquefatto ha attraversato lo stretto. Molte imbarcazioni hanno disattivato i sistemi di comunicazione per nascondere la propria posizione ed evitare di essere colpite.
Durante il conflitto, Teheran ha concesso il transito in modo selettivo: a Cina, Russia, India, Iraq, Pakistan, poi Malaysia, Thailandia e Filippine, a seguito di negoziati diplomatici bilaterali. In alcuni casi, le navi hanno pagato un pedaggio equivalente a milioni di euro. Il regime ha chiamato questo sistema “coordinamento con le forze armate iraniane”. Con il cessate il fuoco, la formula non cambia: le navi potranno passare, sempre coordinandosi con Teheran. Se continuerà a essere richiesto un pedaggio, non è ancora chiaro. È probabile.
Il punto politico è scomodo (eufemismo) per Washington. Trump ha ottenuto la riapertura formale di uno stretto che era chiuso a causa di una guerra avviata dagli Stati Uniti stessi, e lo ha ottenuto accettando che l’Iran ne mantenga il controllo operativo. I media iraniani sostengono che Iran e Oman continueranno a riscuotere pedaggi, destinando i proventi alla ricostruzione del paese.
Anche nell’ipotesi più favorevole, la riapertura dello stretto non produrrà effetti immediati. I flussi di petrolio e gas naturale liquefatto non si riaccendono come un interruttore: le procedure sono lente, le catene logistiche vanno ricostruite. I danni alle infrastrutture energetiche del Golfo Persico causati dai bombardamenti iraniani avranno conseguenze sui prezzi dell’energia ancora per molto tempo. E così a cascata su tutto il resto: gli aerei, per esempio.







