domenica 19 Aprile 2026

Le “sciocchezze” di Netanyahu, i no di Vance: il New York Times racconta come Trump ha deciso di (ri)scatenare la guerra in Iran

Le riunioni nella Situation Room, le decisioni d'istinto del Presidente, le valutazione pessimistiche dell'intelligence: la storia dietro le quinte di una decisione fatale

ROMA – L’incontro si è tenuto nella Situation Room – scelta insolita per un leader straniero – e il cerchio dei partecipanti era stato tenuto deliberatamente ristretto per evitare fughe di notizie. Assente persino il vicepresidente Vance, bloccato in Azerbaigian. Dietro Netanyahu comparivano in videoconferenza il direttore del Mossad Barnea e ufficiali militari israeliani: un’immagine costruita, quella di un leader in tempo di guerra circondato dalla propria squadra. Ecco come è lievitata a decisione – ferale – di (ri)cominciare la guerra in Iran. Una decisione che di fatto sta sconvolgendo il Medio Oriente e ha ripercussioni su tutto il mondo. Il New York Times ricostruisce il dietro le quinte con una lunga inchiesta.

La presentazione di Netanyahu durava un’ora – racconta il Nyt – e puntava su un’unica tesi: l’Iran era maturo per il cambio di regime. Il programma missilistico sarebbe stato distrutto in poche settimane, il regime sarebbe stato troppo indebolito per bloccare Hormuz, e le proteste di piazza – alimentate dal Mossad – avrebbero potuto rovesciarlo dall’interno. Venne persino mostrato un video con i possibili successori, tra cui Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. Trump ascoltò e disse: “Mi sembra un’ottima cosa”. Per Netanyahu, era di fatto un via libera.

La notte stessa, l’intelligence americana lavorò per verificare le affermazioni israeliane. Il giorno dopo, il 12 febbraio, si tenne una seconda riunione, solo con funzionari americani. Il direttore della CIA Ratcliffe usò una parola sola per descrivere gli scenari di cambio di regime proposti da Netanyahu: “farseschi”. Rubio tradusse: “Sciocchezze”. Il generale Caine aggiunse che gli israeliani esageravano sistematicamente con le promesse. Trump prese atto, ma decise che le parti 1 e 2 del piano – uccidere l’ayatollah e smantellare l’esercito iraniano – restavano obiettivi validi. Il cambio di regime sarebbe stato “un loro problema”.

All’interno dell’amministrazione le posizioni erano chiare. Hegseth era il più bellicoso. Rubio ambivalente, ma non si oppose. Wiles aveva preoccupazioni soprattutto per i prezzi del gas e le elezioni di midterm, ma alla fine si allineò. Il generale Caine illustrava i rischi con precisione chirurgica, dall’esaurimento delle munizioni alla minaccia di Hormuz, senza mai dire esplicitamente che la guerra fosse una cattiva idea. Trump sembrava sentire solo ciò che voleva sentire.

L’unico oppositore convinto era Vance. Aveva costruito la sua carriera politica contro esattamente questo tipo di intervento. Definì la guerra “una distrazione enorme” e “enormemente costosa”, avvertì del rischio di caos regionale, del logoramento degli arsenali americani, dell’imprevedibilità della reazione iraniana quando la sopravvivenza del regime fosse in gioco. Sapendo che Trump probabilmente avrebbe agito comunque, cercò almeno di limitarne la portata. Non ci riuscì.

A fine febbraio arrivò la notizia che accelerò tutto: l’ayatollah sarebbe stato esposto in superficie, in pieno giorno, per un incontro con altri alti funzionari. Un’occasione irripetibile. Kushner e Witkoff, rientrati da Ginevra dopo l’ultimo ciclo di negoziati con gli iraniani, riferirono a Trump che un accordo diplomatico era teoricamente possibile, ma avrebbe richiesto mesi. Gli iraniani avevano persino rifiutato un’offerta di combustibile nucleare gratuito, definendola un attacco alla loro dignità.

Il 26 febbraio, nell’ultima riunione della Situation Room, Trump fece un giro di tavolo. Vance disse che la considerava una cattiva idea, ma avrebbe sostenuto il presidente. Tutti gli altri si adeguarono, ciascuno a modo suo. Rubio precisò che se l’obiettivo era il cambio di regime non andava fatto, ma se era distruggere il programma missilistico era raggiungibile. Il generale Caine espose i rischi, non espresse un’opinione. Trump decise.

Il pomeriggio del 27 febbraio, 22 minuti prima della scadenza fissata dal generale Caine, dall’Air Force One partì l’ordine: “L’operazione Epic Fury è approvata. Nessuna interruzione. Buona fortuna”.

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