Sodalizio ‘ndrangheta-camorra, riciclaggio e frode di prodotti petroliferi: 70 arresti

guardia di finanza
L'operazione Petrol-Mafie spa ha fatto luce sulla gigantesca convergenza di strutture e pianificazioni mafiose nel business della illecita commercializzazione di carburanti
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REGGIO CALABRIA – 70 provvedimenti di custodia cautelare e il sequestri di immobili, società e denaro per 1 miliardo di euro. Questi i numeri dell’operazione effettuata dai Comandi provinciali della guardia di finanza di Napoli, Roma, Catanzaro e Reggio Calabria, assieme ai carabinieri, coordinati dalle rispettive Direzioni distrettuali antimafia e dalla Procura nazionale antimafia. Ai soggetti coinvolti sono contestati i reati di associazione mafiosa, riciclaggio e frode fiscale di prodotti petroliferi.

LA ‘NEFASTA SINERGIA TRA COSCHE’

Una nefasta sinergia tra mafie e colletti bianchi, senza l’apporto dei quali le prime ben difficilmente avrebbero potuto far fruttare al massimo quel tipo di frodi fiscali. È quanto è emerso nel corso dell’operazione Petrol-Mafie spa, grazie alla quale si è fatta luce sulla gigantesca convergenza di strutture e pianificazioni mafiose originariamente diverse nel business della illecita commercializzazione di carburanti e del riciclaggio di centinaia di milioni di euro in società petrolifere intestate a soggetti insospettabili, meri prestanome”.

Secondo quanto ricostruito, il carburante, di scarsa qualità, destinato anche ad uso agricolo oltre che commerciale veniva importato dall’est Europa per poi essere indirizzato agli utilizzatori finali attraverso una fitta rete di società che sottraevano i carburanti ai controlli, alle accise e al pagamento dell’Iva.

MELILLO: “RUOLO CENTRALE CAMORRA E CLAN MOCCIA”

“Nell’indagine della Dda di Napoli emerge un ruolo centrale nella presenza mafiosa nel settore della commercializzazione degli idrocarburi di figure apicali dell’associazione camorristica capeggiata fra gli altri da Antonio Moccia”. Così il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, nel corso della videoconferenza con i procuratori di Catanzaro Nicola Gratteri, di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, di Roma Michele Prestipino, riguardo l’operazione che ha portato a provvedimenti cautelari a carico di oltre 70 persone ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, riciclaggio e frode fiscale di prodotti petroliferi e sequestri di immobili, società e denaro contante per un valore di circa 1 miliardo di euro.

“Il sodalizio criminale denominato ‘clan Moccia’ costituisce una tra le più potenti e pericolose organizzazioni camorristiche del panorama nazionale ed è notorio per l’abilità nello stringere patti con esponenti di rilievo dei settori pubblico e privato per agevolare profittevoli investimenti di capitali illeciti nell’economia, legale e illegale. Tra le indagini condotte dalla DDA di Napoli negli ultimi 15 anni sui Moccia, quella odierna mette in luce le più attuali evidenze degli interessi dei Moccia nell’economia legale, in particolare nel ‘settore strategico dei petroli’.

Questa attività prende le mosse nel 2015 da una indagine del GICO della Guardia di Finanza di Napoli – su delega della DDA partenopea – che riguardava inizialmente rilevanti investimenti del clan Moccia nei settori dell’edilizia e del mercato immobiliare. A conferma dell’importanza attribuita al nuovo canale ‘legale’ di investimento, se ne occupa personalmente un esponente di vertice del clan, Antonio Moccia attraverso contatti, ampiamente intercettati, con l’imprenditore di settore Alberto Coppola, coi commercialisti Claudio Abbondandolo e Maria Luisa Di Blasio e col faccendiere Gabriele Coppeta. Infatti Coppola utilizzava nelle proprie relazioni commerciali la sua parentela con Moccia Antonio, presentandosi all’occorrenza come suo cugino; lo stesso Moccia qualificava il Coppola pubblicamente come suo ‘cugino'”, si legge in una nota.

TRA ARRESTATI ANCHE ANNA BETTOZZI

C’è anche Anna Bettozzi, la vedova ereditiera dell’impero del noto petroliere romano Sergio Di Cesare, tra i nomi degli arrestati dalla Dda di Roma. In pratica – secondo quanto ricostruito – la Bettozzi, trovandosi a gestire una società in grave crisi finanziaria, grazie alla conoscenza di Coppola era riuscita a ottenere forti iniezioni di liquidità da parte di vari clan di camorra, tra cui quelli dei Moccia e dei casalesi, che le avevano consentito di risollevare le sorti dell’impresa, aumentando in modo esponenziale il volume d’affari, passato da 9 milioni di euro a 370 milioni di euro in tre anni, come ricostruito dal III Gruppo Tutela Entrate della GDF di Roma su delega della DDA capitolina, anche grazie alla trasmissione da parte della Procura di Napoli delle proprie risultanze investigative, in totale osmosi informativa.

Risulta che la Bettozzi avrebbe sfruttato non solo il riciclaggio di denaro della camorra, ma anche i classici sistemi di frode nel settore degli oli minerali, attraverso la costituzione di 20 società “cartiere” per effettuare compravendite puramente cartolari in modo tale eludere con la Made Petrol le pretese erariali, potendo così rifornire i network delle c.d. “pompe bianche” a prezzi ancor più concorrenziali. Il successo imprenditoriale consentiva inoltre agli indagati di mantenere un elevato tenore di vita, fatto di sontuose abitazioni, gioielli, orologi di pregio e auto di lusso.

Per la raccolta delle ingenti somme liquide derivanti dalla frode, il clan Moccia si avvaleva di una vera e propria organizzazione parallela, autonoma e strutturata, atta al riciclaggio di elevate risorse finanziarie, gestita da “colletti bianchi”, attiva sia sul territorio partenopeo che su quello romano. In pratica, le società “cartiere” gestite dal gruppo Coppola, una volta introitate le somme a seguito delle forniture di prodotto petrolifero, effettuavano con regolarità ingenti bonifici a società terze, simulando pagamenti di forniture mai avvenute. Quest’ultimo, mediante la propria organizzazione territoriale, provvedeva ai prelevamenti in contanti e alle restituzioni tramite “spalloni”. Nello svolgere tale attività, questo gruppo tratteneva per sé una percentuale su quanto incassato.

Si trattava in buona sostanza di soldi provenienti dalle attività illecite dei clan reinvestiti in un settore economico legale, quello dei petroli, per produrre altri proventi illeciti attraverso le frodi fiscali: un effetto moltiplicatore dell’illecito che finisce per annichilire la concorrenza, sia per i prezzi alla pompa troppo bassi per gli operatori onesti, sia perché questi ultimi indietreggiano quando capiscono che hanno di fronte imprenditori mafiosi.

Riassumendo, quindi, Antonio Moccia, Alberto Coppola e Anna Bettozzi risultano gravemente indiziati di aver stretto un accordo societario di fatto per la commissione di illeciti di cui hanno beneficiato praticamente tutti i soggetti coinvolti; il rapporto con Coppola Alberto è stato fondamentale per la Bettozzi in quanto l’uomo è subentrato nell’azienda in un momento di evidenti difficoltà economiche e gestionali dovute anche ai problemi di salute del marito Sergio Di Cesare. La Bettozzi, infatti, è risultata donna scaltra e molto ben inserita negli ambienti del potere imprenditoriale (e non solo) capitolino, e tuttavia non all’altezza di sostituire da sola il coniuge, petroliere di collaudata esperienza: il patto con Coppola e Moccia, dunque, ha apportato agli affari comuni la competenza “specialistica” del Coppola e soprattutto le provviste finanziare e il sostegno del potere mafioso del Moccia, le une e l’altro non soltanto ben accetti ma anche ricercati dal mondo affaristico romano. Come emerso dalle indagini napoletane, la rilevanza dell’incipiente business dei Moccia nel settore degli oli minerali, nel quale quel clan era diventato egemone proprio grazie ai prezzi super-competitivi ottenuti grazie alle frodi, provoca reazioni anche violente da parte di altri clan della camorra. Alberto Coppola subisce due attentati con esplosione di colpi di pistola, a seguito dei quali non esita a chiedere aiuto al suo referente e parente Antonio Moccia che si attiva. Ne consegue una pax mafiosa, imposta dai Moccia e suggellata con la cessione di una quota dell’impianto di carburanti al clan Mazzarella.



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