Libia, Calcagno racconta i giorni della prigionia: “Facevamo progetti per mantenere la mente libera”

ROMA  -  Filippo Calcagno, dalla sua casa di Piazza Armerina, racconta a
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biglietto_ostaggi_libiaROMA  –  Filippo Calcagno, dalla sua casa di Piazza Armerina, racconta a Gerardo Greco nella puntata di Agora’ (Rai3) i giorni della prigionia in Libia insieme ai suoi colleghi della ‘Bonatti’.

“Andiamo con ordine. Il giorno 3 di agosto, percio’ dopo quindici giorni dal rapimento, loro entrano e ci chiedono un numero da poter contattare e noi naturalmente diamo quello della Societa’: era l’unico che ricordavamo, gli altri li avevamo nei cellulari ma ci avevano tolto tutto. Noi glielo dicevamo: ‘Avete i cellulari, guardate lì dentro’. Il giorno 9 – ha proseguito il tecnico siciliano- entrano e ci dicono di fare una registrazione per ‘spingere’ a fare qualcosa. Ma ci torna un po’ la speranza il giorno 14, quando ci chiedono di conoscere cose che solo noi sapevamo: a me chiedevano la data del matrimonio, e queste domande ci avevano un po’ alimentato la speranza che si apriva la trattativa. Poi silenzio totale. E iniziano le ritorsioni, e ogni giorno aumentavano: non ci davano da mangiare, non ci facevano andare in bagno. Ci avevano detto di bussare alla porta se avevamo bisogno di andare in bagno, ma un giorno, quando Failla si è permesso di farlo, sono entrati e hanno iniziato a prenderlo a pugni. E da quel momento ci hanno proibito di bussare, lasciandoci un secchio per le nostre necessita’…”.

Facevamo tanti progetti, anche per mantenere la mente libera“, racconta Filippo Calcagno. “Tutti e quattro insieme magari, una volta rientrati, ci saremmo rivisti con le famiglie, poi facevamo progetti nelle nostre case: chi aveva un pezzetto di terreno, fare una casa. Failla parlava di un capannone per l’attivita’ di meccanico perche’ lui era un bravo saldatore ma un meccanico fai-da-te ma bravo anche in quello, l’ho capito parlando con lui”.

“Non è facile parlare: Provo un grande dolore e tristezza perche’ tutti e quattro speravamo di tornare a  casa assieme”, ha spiegato Calcagno.

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“DA SUBITO PENSAVAMO ALLA FUGA” – “Eccome se si parlava di fuga. Si’, pensavamo di trovare un’opportunita’ per fare questa cosa dall’inizio, perché passavano i giorni e vedevamo che non si muoveva niente. Anche perche’ dal principio, fino al giorno 14 di agosto, noi non avevamo nessun tipo di notizia. Loro non ci dicevano niente”.

“Mi vergogno un po’, perche io sono tornato a casa con la mia famiglia, noi siamo tutti felici e vedere loro in quelle condizioni mi strazia il cuore”, è l’amara conclusione dell’intervista di Clacagno. “Io sono stato con gli altri due colleghi fino alla fine- prosegue-, noi quattro eravamo diventati una famiglia perche’ ci raccontavamo quello che era successo ai nostri cari in tutti questi anni. Alla signora Failla voglio dire che suo marito era una persona meravigliosa, io non la conoscevo, ci siamo conosciuti tra maggio e giugno, prima che io andassi in ferie. Poi siamo ritornati insieme a luglio. E questi otto mesi che abbiamo passato la’ prigionieri, siamo diventati fratelli”.

 

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