Digitale, l’esperto: “Non serve ministero, Draghi sia manager della transizione”

Intervista al presidente di Anorc Professioni, Andrea Lisi: "Il presidente del Consiglio dovrebbe essere il Chief Digital Officer"
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ROMA – Per dare una vera spinta alla digitalizzazione del Paese, che viaggia a parole ma nei fatti ha il freno a mano tirato come dimostra il forte ritardo delle Pa rispetto al termine del 28 febbraio, “Mario Draghi dovrebbe assumere direttamente il ruolo di manager della transizione digitale” e non affidarsi a un ministero “di emergenza” come quello dell’Innovazione voluto dall’ex premier Giuseppe Conte. Il consiglio arriva dal presidente di Anorc Professioni, Andrea Lisi, tra i promotori della maratona di eventi in streaming sul digitale in corso fino al 12 febbraio, il Dig.eat 2021.

Questo, spiega Lisi, non perché il ministero guidato da Paola Pisano non abbia fatto un buon lavoro, ma perché, anche in vista degli investimenti del Recovery Plan, dobbiamo considerare che “oggi tutti gli indici ci dicono che il nostro Paese è poco digitalizzato e molto corrotto”. E visto che “c’è una correlazione diretta tra digitalizzazione e trasparenza, per poter combattere la corruzione e garantire reale trasparenza ai cittadini tutti i ministeri dovrebbero garantire politiche di digitalizzazione. Quindi il presidente del Consiglio dovrebbe essere il Chief Digital Officer, magari avvalendosi di un segretario generale preparato ad affrontare la sfida e di un team interno della Presidenza del Consiglio”.

L’avvocato Lisi, esperto di diritto dell’informatica e ‘attivista’ della digitalizzazione, ha altri due consigli per il prossimo governo. Il primo è potenziare Agid, che dovrebbe diventare a tutti gli effetti “una Authority tecnica indipendente similmente al Garante e della protezione dei dati personali. Per fare da traino alle politiche di digitalizzazione e da contro altare alle politiche di digitalizzazione portate avanti dalla Presidenza del Consiglio dei ministri garantendole dal punto di vista tecnico”. Il secondo è non toccare più il Codice dell’Amministrazione Digitale (Cad) se non per semplificarlo e renderlo davvero cogente. “Perché- spiega- è un codice senza sanzioni e se non si punisce con sanzioni forti e dirette chi dovrebbe digitalizzare e non lo fa è chiaro che continueremo a sonnecchiare e a non leggerlo neanche”.

Tra l’altro, secondo Lisi, la smania di parlare di digitalizzazione ha spinto negli anni ogni nuovo governo a modificare lo stesso Cad, che “è diventato un’accozzaglia di norme poco sistematiche fra loro. Se non si è esperti, leggere alcuni articoli è praticamente impossibile. Sarebbe il caso- propone Lisi- di fare una normativa generale composta da 15 articoli, ma forti, la cui applicazione pratica potrebbe essere affidata ad una Authority, quella di cui si parlava prima. Ci vuole- conclude- un impulso politico forte, sanzioni dirette nei confronti di chi non digitalizza e piani educazione civica digitale”.

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