Miozzo: “Possiamo convivere con la pandemia oppure entrare in lockdown totale”

agostino miozzo
Il coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico risponde a chi gli domanda di cinema, palestre e altre attività ancora chiuse: "Richieste legittime, che creano un dilemma politico sul da farsi"
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Egregio coordinatore,

si sente parlare di tutto ma non dei cinema. Chi va al cinema non sono certo delle folle, almeno al pomeriggio, era il sito più controllabile e tracciabile: si lasciava il recapito conservato per 14 giorni, posti distanziati, mascherina anche durante la proiezione. Mi chiedo cosa osti l’apertura dei cinema, già in crisi, lo state uccidendo. Cordiali saluti, G. T.  Monza

Questo è uno dei tanti messaggi che quotidianamente ricevo di denunce, minacce ma anche accorati appelli come quello del Sig. G. di Monza.

È assai probabile che nei prossimi giorni, su istanza del Ministero competente, verrà presentata al Comitato Tecnico Scientifico una nota a supporto della richiesta dei gestori di cinema

L’analisi di quel documento ci porterà ad una valutazione che, vista individualmente ed estrapolando la richiesta dal contesto generale, potrebbe essere una risposta di prudente apertura

Ciò in ragione del fatto che, presumibilmente, i gestori delle sale cinematografiche ci proporranno un’ipotesi riapertura “soft” che prevedrà adeguati distanziamenti tra le persone (con eccezione dei congiunti), aerazioni dei locali tra uno spettacolo e l’altro, obbligo di uso della mascherina, igienizzazione delle mani, registrazione del nome e del numero di telefono conservata per 14 giorni. Certamente la proposta ci dirà che saranno evitati assembramenti all’ingresso con accesso solo su prenotazione, senza le tradizionali file al botteghino, chiusura del posto di distribuzione dei pop corn etc. etc.

Ormai tutti hanno compreso e imparato bene la lezione per sopravvivere e convivere con il coronavirus. 

E i gestori dei cinema, che sono tra le categorie più colpite dai provvedimenti restrittivi sinora adottati avranno, come altri, pieno titolo per richiedere ad alta voce una revisione delle restrizioni cui sono stati obbligati in ragione del ritorno alla normalità di un settore che dà lavoro a migliaia di persone.

Così come l’hanno i gestori di palestre, i ristoratori che chiedono l’apertura serale. Che dire poi degli stadi, del mondo dello sport, del turismo in generale e via elencando, settori della nostra vita pubblica e privata che, prima dello tsunami Covid, erano parte vitale della nostra economia.

Le condizioni di sofferenza di milioni di persone e altrettante imprese, moltissime a conduzione familiare, sono oggi più che mai evidenti e chiedono con urgenza il ritorno alla normalità, la ripartenza pur con le condizionalità imposte dalle regole di controllo del coronavirus. 

Queste legittime richieste si confrontano però con la lenta discesa della curva epidemica e con un’incidenza del virus che rimane alta in gran parte del Paese. Una situazione epidemiologica che ci fa dire che il virus è ancora ben presente tra di noi, accompagnato oggi dalla preoccupante presenza delle varianti inglese, sudafricana o brasiliana. 

Se da una parte rileviamo la discreta riduzione della pressione sulle terapie intensive e sul sistema sanitario in generale, dall’altra non si può non ricordare che il ritorno alle zone gialle consente molti comportamenti che certamente non aiutano il controllo della pandemia, come peraltro si è visto e registrato un po’ ovunque nel corso di questo week end. 

E purtroppo gli effetti di questo rilassamento saranno, come ormai abbiamo imparato, inesorabilmente visibili fra un paio di settimane, mentre è in corso la più grande, complessa e tormentata campagna vaccinale della storia. 

Di fronte ad uno scenario di questo tipo ci si trova di fronte al dilemma di confrontarsi con almeno due scelte politiche, entrambe supportate da altrettante validazioni scientifiche: 

1) adottare nuove rigorose restrizioni, un nuovo duro lockdown, per quattro/sei settimane che dovrebbe consentire di abbattere drasticamente l’incidenza della pandemia e riavviare un adeguato monitoraggio e tracciamento dei nuovi casi;

2) convivere con lo scenario attuale adottando forme di controllo che si modificano in funzione dei dati settimanali connessi ai 21 parametri ormai in uso nel Paese da molti mesi che oltretutto si dovrà confrontare con la comparsa delle nuove varianti del virus.

Il secondo scenario è quello attualmente in uso, per volontà politica del Governo appena dimessosi e supportato dalla validazione di gran parte della comunità scientifica del Paese. È lo scenario che ha consentito le nuove aperture che in qualche modo contribuiscono alla timida ripresa della vita economica del paese. 

Molti scienziati sono convinti che la soluzione adottata sia l’unica oggi compatibile, visti i danni evidenti, non solo di natura economica, causati dalle restrizioni sull’intera popolazione. 

Una soluzione che vuole evitare di giungere a condizioni di insostenibile disagio connesse con la difficoltà di mantenere le chiusure, con gli evidenti problemi di sicurezza e di controllo del territorio che hanno già dato segni evidenti in gran parte del Paese.

Siamo peraltro tutti consapevoli che ogni apertura, ogni tentativo di ritorno alla normalità di un ambito sociale o economico comporta dei rischi, che sono contenuti per ogni singolo settore, ma sommati tra di loro funzionano come amplificatori, un volano di possibile ripartenza incontrollata della pandemia. 

In altri termini la politica è oggi confrontata al dilemma di fare scelte nelle riaperture, scelte anche difficili e dolorose: cosa è indispensabile far ripartire e cosa possiamo sacrificare mantenendo quello specifico settore in un regime di restrizione? 

Quali sono le priorità sociali, economiche, politiche che vogliamo darci? 

Se riapre la scuola sappiamo che mettiamo in movimento milioni di giovani e loro famiglie; sappiamo ormai bene che non è la scuola di per sé il focolaio di infezione, ma il contesto che porta alla scuola è l’oggetto del potenziale pericolo; un contesto che non è riuscito, in molte parti del Paese, a trovare le necessarie garanzie di contenimento del rischio. 

Se riapriamo la ristorazione sappiamo di aiutare una parte importante del nostro indotto e del lavoro di milioni di persone, tornando a dare un servizio sociale alla comunità; ma anche la ristorazione comporta rischi se non vengono rigorosamente rispettate le regole di prudenza indicate. 

Gli impianti di sci hanno previsto di riaprire; lo sci è un’attività non indispensabile per la vita delle persone, ma questo sport è il motore di un’economia che in gran parte del territorio conta centinaia di migliaia di persone che vivono di questa attività. 

Potremmo continuare a lungo con questi esempi elencando musei, palestre, piscine attività dello spettacolo, del turismo etc.

Il nuovo Governo dovrà decidere se confermare la strategia sino ad oggi seguita o adottare altre misure.

Una scelta decisamente difficile in un momento critico della vita del Paese anche perché siamo tutti consapevoli che nessuno ha una bacchetta magica risolutiva del dramma che stiamo vivendo e che, necessariamente, dovremo fare delle scelte, ognuna delle quali genererà malcontento perché purtroppo non sarà possibile, nel breve periodo, riscontrare le aspettative di tutti.

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