‘Stidda’ e i bambini armati all’assalto di Cosa Nostra

Il giornalista Giuseppe Bascietto, nel libro pubblicato da Aliberti, racconta il capoclan Claudio Carbonaro (che lo condannò a morte)
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L’unica strada per riscattarsi dalla mafia è parlare e denunciare, urlare nomi e cognomi. Solo così si può cancellare quella zona grigia in cui la criminalità si insinua e prolifera. Per farlo, però, serve coraggio. Lo stesso che ha avuto Giuseppe Bascietto, giornalista free lance e autore del libro ‘Stidda – L’altra mafia raccontata’ (Aliberti edizioni), quando ha acconsentito, nell’estate del 2009, a incontrare faccia a faccia Claudio Carbonaro, capoclan di Vittoria, lo stesso che nel 1988 insieme ai suoi fratelli lo aveva condannato a morte.

Bascietto, all’epoca giovane cronista della provincia siciliana, aveva collegato i fratelli Carbonaro – Claudio, Bruno e Silvio – a diversi omicidi e soprattutto alla strage di Gela ai danni del clan Rinzivillo-Madonia. E lo andava denunciando ai quattro venti. Un oltraggio che avrebbe pagato con la vita se non fosse scampato a due agguati e se non fosse rimasto lontano dalla sua Vittoria fino a quando iniziarono gli arresti, nel 1993. Sedici anni dopo il capoclan è tornato a cercare il giornalista, per raccontargli la sua storia e quella di alcuni bambini che furono addestrati per uccidere senza pietà: “È la storia di una mafia nuova, la ‘Stidda’, la stella, che dichiara guerra a quella più vecchia, Cosa nostra, riuscendo almeno in un primo momento a metterla in difficoltà. Abbiamo addestrato bambini a maneggiare coltelli, pistole, fucili e mitra” facendoli diventare “killer professionisti, abili e spietati”. Tutti sotto i quindici anni, con la voglia di dimostrare di essere più feroci e crudeli di un adulto e di avere una propensione naturale nell’uccidere e nel torturare. E con una sorta di tatuaggio a forma di stella tra il pollice e l’indice della mano destra a dimostrare l’appartenenza al nuovo gruppo.

Dopo il primo incontro tra il giornalista e il capoclan, ormai collaboratore di giustizia e responsabile dichiarato di 130 omicidi, inizia un confronto lungo sette anni, che termina con il libro appena dato alle stampe. Il volume è la cronaca di un lungo percorso di sangue, iniziato nel 1979 e terminato nel 1992, segnato da circa duemila morti ammazzati e da una crudeltà spietata che toglie il fiato. Una guerra tra il “vecchio” e il “nuovo”, che però non ha né vincitori né vinti. Come non li ha nessuna storia di mafia. Per nessuno c’è il lieto fine, anzi, per tutti gli uomini d’onore la vita diventa una somma di istanti asfissianti fatti di “incertezza, sfiducia, sospetto, ansietà paranoica, fraintendimenti e ambiguità”. L’alternativa è la prigione, “dove si muore lentamente ogni giorno”. O la morte, che arriva per mano di qualche rivale. E annienta ogni ricchezza e potere costruiti con la criminalità.

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8 Febbraio 2020
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