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Marocco, Ulema e pena di morte: questione di democrazia

L'Ambasciata: "Fatwa non sono leggi, quelle spettano al Parlamento"
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ROMA – Quello che è accaduto in Marocco è il segno di una democrazia viva e che si mette costantemente in discussione. E’ in quest’ottica che, secondo fonti ufficiali dell’Ambasciata del Marocco in Italia, contattate dalla DIRE, va letta la notizia pubblicata da vari quotidiani nazionali, secondo cui il Consiglio degli Ulema marocchino ha abolito la pena di morte per i musulmani che decidono di abbandonare l’islam.

La fatwa di cui parlano i media italiani – e per la quale citano ‘Morocco World News’, un quotidiano online in lingua araba, francese e inglese – annulla un precedente parere espresso nel 2012, in cui gli ulema avevano ripristinato la pena capitale per gli apostati, scatenando forti polemiche tra i politici e nell’opinione pubblica in generale.

“A preoccuparci di più- raccontano dall’Ambasciata- era stato il rischio che quella disposizione venisse presa alla lettera dai gruppi radicali, quindi ora che è stata annullata ci sentiamo sollevati”. In Marocco però, tengono a sottolineare, “le fatwa non hanno ricadute sulle decisioni del Parlamento, unico titolare del potere di fare le leggi. Nel 2015, il ministro della Giustizia Mustapha Ramid disse chiaramente: ‘nessuno può essere perseguito per apostasia’ e aggiunse anche che ‘non esiste nel nostro codice neanche una legge che condanni l’apostazia’”.

Quindi né la fatwa del 2012, né quella emessa ieri “ha prodotto conseguenze nel codice penale marocchino in cui non è assolutamente prevista nessuna pena o sanzione contro chi lascia l’islam, si proclama ateo o per chi si converte a un’altra religione. Il re Mohammed VI (che porta anche il titolo di ‘Comandante dei credenti’, massima autorità religiosa per i musulmani del Marocco poiché considerato erede diretto del profeta Mohammad) è anche il garante della libertà di culto per tutti i marocchini”. A dimostrazione di questa posizione ci sono vari elementi: prima di tutto, “il ministero delle Politiche religiose non ha emanato nessun comunicato a conferma della decisione del Consiglio degli Ulema pubblicata da ‘Morocco World News’, che- confermano dalla sede diplomatica- sono liberi di affermare ciò che ritengono più opportuno nel loro percorso di analisi teologica”.

 Neanche le fonti di stampa più accreditate – come l’agenzia Map, (Moroccan Agence press) – ne parlano, “fatto da cui si deduce la poca attenzione che una simile notizia suscita da parte del governo e dell’opinione pubblica”. Infine, il fatto che il Marocco nel 1966 abbia aderito alla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, che prevede anche la libertà religiosa e di pensiero.

“Se esiste un aspetto interessante in questa vicenda- concludono dall’Ambasciata- è che nell’ambito degli studi islamici prosegua un costante lavoro di riflessione sui testi e le disposizioni religiose. Il fatto di mettere e rimettere in discussione idee e assunti è un riflesso della democrazia”.

La pena capitale come punizione per coloro che si macchiano del ‘peccato’ di apostasia è una disposizione antica, che tuttavia i giuristi dell’Islam – coloro che si occupano di interpretare la Shari’a, la legge islamica – hanno confutato sin dall’inizio: già Sufyan Al-Thawri – spiega ‘Morocco World News’ nel suo articolo – lo aveva fatto cento anni dopo l’istituzione dell’islam, intorno al 750 d.C. La spiegazione fornita dagli ulema alla loro decisione di mettere a morte chi si allontana dall’islam ricalca le motivazioni di Al-Thawri di circa 1.200 anni fa: il profeta Maometto aveva introdotto la pena di morte poiché, in un’epoca di guerre e scontri continui con popoli non musulmani, l’abbandono della religione era percepita come un’uscita dal gruppo, e quindi l’individuo avrebbe potuto unirsi ad altri eserciti, confidando segreti e conoscenze che ne avrebbero favorito la vittoria. Insomma, era l’equivalente del reato di ‘alto tradimento’. Una disposizione più di colore politico e marziale che religioso, quindi, considerando inoltre che il Corano, più che di pena di morte terrena, parla di ‘pena eterna’ per i fedeli che abiurano. A proposito di quella decisione del 2012, il quotidiano ‘Middle East online’ scrisse che Mahjoub El-Hiba, responsabile per i Diritti umani per il Governo di Rabat, aveva negato di aver sollecitato una simile fatwa da parte del Consiglio. In alcuni paesi musulmani l’apostasia è effettivamente proibita e punita con la morte- ricorda ancora ‘Middle East’- come ad esempio in Arabia Saudita, che tuttavia la applica raramente preferendo il carcere o le punizioni corporali: ha fatto il giro del mondo la notizia del blogger saudita condannato a 10 anni di carcere e 1000 frustate. Tuttavia in Arabia Saudita si segue la scuola di pensiero Wahabita dell’islam, che fornisce una lettura del Corano particolarmente ortodossa. In Marocco storicamente ha prevalso invece l’interpretazione Malikita, più flessibile e aperta, che ha favorito un certo clima di tolleranza e – concludono le fonti di stampa – ha permesso di contrastare più efficacemente il diffondersi del radicalismo.

di Alessandra Fabbretti

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