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La politica come crisi (ma anche basta)

Nel gennaio del 2020 il governo fibrillava. Un anno la situazione sembra addirittura peggiorata
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ROMA – Nel gennaio del 2020, subito dopo gli (ottimistici) auguri di buon anno, e subito prima che il Covid prendesse possesso delle nostre vite, il governo, come si suol dire, fibrillava. Dodici mesi dopo sta ancora li’ a fibrillare, e le sue condizioni si sono aggravate al punto che la crisi in corso potrebbe essergli addirittura fatale. Prima a minarne la salute era la prescrizione – la pre-scri-zio-ne – ora soffre di una sindrome di sfinimento che per sintesi indicheremo con le tre lettere piu’ ripetute dalla cronaca politica: MES.  Tra la sindrome MES e la riforma della prescrizione c’e’ una sola cosa in comune: l’insofferenza di Italia viva, il partito che si e’ intestato la nascita dell’esecutivo, nei confronti del governo stesso. Il suo fondatore, Matteo Renzi, cosi’ come un anno fa tuonava sul giustizialismo che a suo dire ispirava la riforma della prescrizione dei M5s, oggi snocciola i motivi di un giudizio senza sfumature sul piano con cui il governo intende risollevare il Paese: “Raffazzonato”.    

A prescindere dalla fondatezza delle critiche che una parte della maggioranza rivolge all’esecutivo, occorrerebbe alla politica uno sforzo di realismo nel valutare le condizioni del Paese. Nell’anno in cui non si e’ fatto nulla sulla prescrizione – senza peraltro che gli italiani subissero il colpo ferale di questa mancanza – piu’ di 77mila persone sono rimaste vittima di un’epidemia con pochi precedenti nella storia dell’umanita’. Il calo del prodotto interno lordo tra il 12 e il 13 per cento lascia prevedere un futuro di forte difficolta’ economica per alcuni milioni di italiani – circa 8 milioni diventeranno piu’ poveri, 14 milioni vivono di sussidi. Questo ovviamente non deve essere il pretesto per congelare l’esistente, per turarsi il naso e accontentarsi. Soprattutto quando si hanno responsabilita’ pubbliche, e’ doveroso chiedersi se si sta facendo tutto il possibile per garantire al Paese il meglio nelle condizioni date. Ed e’ giusto cambiare quando questo non accade. Ma occorre evitare gli abbagli. Dodici mesi dopo, e’ giusto chiedersi: la prescrizione era la vera priorita’ per l’Italia del 2020? No, non lo era. Non meritava la caduta del governo. E se si fosse aperta la crisi allora, l’onda dura della pandemia avrebbe sorpreso un’Italia incagliata su una questione importante, ma non centrale. E oggi che le priorita’ di tanti italiani sono cosi’ prossime al concetto di sopravvivenza, bisogna avvertire un dovere alla sollecitudine e alla trasparenza. Se si ritiene che il governo possa fare meglio, bisogna metterlo in condizione di raggiungere questo obiettivo nel piu’ breve tempo possibile. Se la situazione e’ giudicata ormai compromessa, un cambiamento si impone con la massima tempestivita’. Il 2021 sara’ l’anno della rinascita? Forse. In ogni caso la politica non puo’ attardarsi in riti che finirebbero per sembrare insultanti ai piu’. “Fate presto”, titolava Il Mattino, pochi giorni dopo il terremoto dell’Irpinia. L’Italia dopo il Covid e’ incompatibile con la crisi perpetua. Non fate troppo tardi. 

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