ROMA – Paolo De Montis, sindacalista della Cub Trasporti e pilota Alitalia in pensione, è tornato a casa dopo essere stato arrestato durante la missione della Global Sumud Flotilla, il convoglio umanitario che era diretto a Gaza. Come detenuto di Israele De Montis ha vissuto un’esperienza traumatica tra violenze fisiche e psicologiche. Le sue parole in un’intervista del Corriere della Sera.
De Montis, 65 anni, ha deciso di partecipare alla missione dopo aver assistito “impotente” al massacro di civili inermi in Palestina. “Dovevo fare qualcosa- ha dichiarato- non ce la facevo più a vedere quel che accadeva”. Il mese trascorso a bordo della ‘Suelle’ è stato segnato da tensione costante: bombardamenti, droni e uno stress psicologico insostenibile. Il 1° ottobre “ci hanno assaltato in acque internazionali. Siamo stati accerchiati, navi da guerra, gommoni, a decine”, ha raccontato De Montis. “Ci hanno accecato con fari, usato cannoni ad acqua violenti, puntato fucili addosso in ogni istante”. Al porto, la situazione è peggiorata: “Cinque ore in ginocchio, il capo in basso, quando l’ho alzata un attimo mi hanno trascinato via, un colpo in testa, me la spingevano giù“. Successivamente, sono stati spogliati, perquisiti e privati di medicinali essenziali.
Una volta in carcere, le violenze non sono cessate. “Ci hanno fatto indossare maglia e pantaloni da uniforme militare. Eravamo circondati da soldati con armi spianate”, ha continuato De Montis. “C’era chi stava male, urlavamo, chiedevamo aiuto, arrivavano con i fucili e i cani“. Le condizioni erano disumane: “A un ragazzo turco hanno rotto un braccio. Nessun medico, mai. Ah e l’acqua, zero. Non ci facevano dormire, arrivavano all’improvviso, col megafono, puntatori laser. Una costante tensione. Alle donne il trattamento peggiore: in 15 in una cella da 4, non potevano andare in bagno, alcune avevano il ciclo, sangue e urina addosso. C’era Giuseppina Branca, infermiera di 78 anni, è pelle e ossa, le cercavano armi addosso vi rendete conto? Se questi non sono metodi da nazisti, io non so come definirli“.
Nonostante le torture subìte, De Montis ha sottolineato che la sua missione era animata da un profondo senso di umanità. “Volevamo solo aiutare la Palestina– ha affermato- Stanno massacrando un popolo e io sono il provocatore? Noi chiedevamo umanità, la rottura del blocco navale illegale, che gli aiuti umanitari arrivassero”. De Montis era consapevole dei pericoli legati alla missione, ma ha scelto di agire comunque. “Sapevamo che era pericoloso, certo. Ma una tale violenza contro civili disarmati? Impiegati, medici, pensionati, non abbiamo familiarità con le armi, ma siamo stati trattati come terroristi”, ha dichiarato.
Alla domanda se ne sia valsa la pena, De Montis ha risposto con convinzione: “Assolutamente sì, ora si parla di pace, è per quello che abbiamo fatto tutto, siamo stati la miccia. Ora si parla solo della Palestina. Io almeno ci provo a cambiare qualcosa”.




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