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“Portateci via, basta scuse”, dall’Afghanistan l’appello di chi ha perso il ponte aereo

Il dramma dei collaboratori e dei giornalisti che non sono riusciti a mettersi in salvo: "Viviamo nel terrore"
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ROMA – “Se dobbiamo restare qui, che ce lo dicano. Questa attesa è crudele, perché rischiamo la vita“. A parlare con l’agenzia Dire è Abdul-Rahman, uno dei centinaia di ex collaboratori inseriti nelle liste di evacuazione prioritaria che l’Italia si era impegnata a portare via con i voli umanitari. Il ponte aereo è proseguito fino a fine agosto.

Dopo i voli sono stati interrotti e ora in tanti vivono con il fiato sospeso. “La ong per cui lavoravo non smette di darmi informazioni e rassicurazioni– continua l’uomo, residente a Jalalabad- ma so che è il governo a dover organizzare questi voli. Deve prendere una decisione”.

Il suo è un nome fittizio perché parlare ai media internazionali con la propria identità significa allarmare i talebani, che già “hanno le liste coi nomi di chi come me ha lavorato con gli occidentali oppure con la Nato, o svolgeva professioni ritenute ‘pericolose’, come giornalisti o attivisti”. 

Abdul-Rahman, residente a Jalalabad con la moglie e quattro bambini, parla di “liste” redatte dai miliziani, che usano i social network e internet ma anche il passaparola per individuare queste persone. “Hanno messo su una ‘task force'”, dice ironicamente, e racconta ancora: “La situazione qui peggiora, vivo nel terrore di essere prelevato dai talebani. Non permetto neanche ai maschietti di andare a scuola – alla bambina di sette anni che avrebbe dovuto cominciare le elementari quest’anno, come sapete è vietato – perché le strade sono insicure. Mio fratello tiene lezioni a casa per i miei e i suoi figli, la maggiore ha 15 anni”.

Abdul-Rahman riferisce che “ogni giorno in città gira voce del ritrovamento di qualche cadavere”. Secondo l’ex cooperante, si tratterebbe di persone senza vita ritrovate in casa o nei vicoli, per lo più uomini, “ma ci sono anche delle donne” continua Abdul-Rahman, che non sa dire la natura di questi decessi: “La gente non parla, perché si rischiano guai anche solo a dare informazioni su questi fatti. Sappiamo però che si tratta di morti violente”. 

Notizie difficili da confermare anche perché in Afghanistan, dall’avvento al potere del gruppo islamista, la maggior parte dei giornalisti ha smesso di fare il proprio lavoro. L’ultimo rapporto di Human Rights Watch denuncia le “forti restrizioni alla libertà di espressione” imposte di recente dal nuovo governo, che ha stilato un vademecum per i cronisti: vietati i contenuti “contrari all’islam”, “offensivi verso esponenti delle istituzioni” o che “distorcono la realtà”.

Oltre alla censura, però, il problema sono gli arresti e le violenze, come conferma sempre alla Dire Uqaab – altro nome di fantasia – che fino ad agosto aveva un impiego in una tv locale: “Se facessi il mio mestiere rischierei la vita” dice. E cita poi l’uccisione di qualche giorno fa di Sayed Maroof Sadat, ex portavoce del ministero per lo Sviluppo rurale del precedente governo e cronista rinomato, il quinto a perdere la vita da agosto. Il reporter è rimasto coinvolto in un attacco, di cui sono stati accusati i miliziani dello Stato islamico nel Khorasan (Isis-K), milizia jihadista antagonista ai talebani.

“Vorrei andarmene ma non so come fare” continua Uqaab che, non avendo lavorato per organizzazioni internazionali, non ha diritto a essere inserito sui voli umanitari organizzati dai Paesi stranieri. “Vorrei andare in Pakistan ma il viaggio è rischioso e le frontiere sono chiuse” dice. “Ho chiesto aiuto a un’organizzazione internazionale di giornalisti: mi hanno risposto che non possono fare nulla e che hanno ricevuto oltre 3.000 richieste analoghe alla mia“.

L’agenzia Dire è in contatto anche con ex difensori dei diritti umani a Kabul, a loro volta in attesa di risposte dall’Italia. “E’ già il terzo appartamento che cambio da quando ci sono i talebani” racconta Uzma, ora disoccupata, che chiarisce: “Un mese di affitto può arrivare a costare un centinaio di dollari”. Si tratta di oltre 9.000 afghani, in un Paese dove già prima dell’avvento del gruppo ribelle al potere uno statale guadagnava circa 5.000 afghani al mese.

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