martedì 17 Febbraio 2026

VIDEO | Gaza, al Cairo una scuola per sentirsi a casa

Cinque scuole accolgono 3.500 studenti tra i 6 e i 15 anni

ROMA – “Abbiamo messo in piedi cinque scuole per i profughi da Gaza al Cairo e qualcosa di inaspettato è accaduto: dalla scuola è nata una comunità che li fa sentire a casa e che li aiuta a pensare al futuro”. Marwa Abu Daqqa è la direttrice di Al Marag Center, una delle cinque scuole della Futures Language schools. L’incontro con l’agenzia Dire avviene al Cairo, al termine della Carovana solidale al valico di Rafah organizzata da Aoi, Arci e AssoPace Palestina a cui hanno preso parte deputati, eurodeputati, giornalisti, giuristi e accademici esperti di diritto internazionale. Le cinque scuole – tutte nel quadrante orientale della capitale egiziana – accolgono 3.500 studenti tra i 6 e i 15 anni, ma come assicura Abu Daqqa, “abbiamo ricevuto 9mila richieste di iscrizione“.

“930 DEI NOSTRI ALUNNI HANNO PERSO LA MAMMA, IL PAPÀ O ENTRAMBI”

Lo scopo delle strutture, dove lavora esclusivamente personale palestinese ed ogni tipo di servizio è completamente gratuito, è garantire l’istruzione ai minori fuggiti dal conflitto nella Striscia di Gaza, ma anche supporto psicosociale e quella cura particolare per chi ha vissuto i traumi delle bombe, delle case distrutte, di familiari e amici uccisi: “Quasi 930 dei nostri alunni ha perso la mamma, il papà o entrambi, alcuni anche mentre erano qui. I traumi per questi bambini continuano anche a distanza”, racconta la direttrice. Non esistono dati ufficiali, ma si stima che almeno 100mila persone abbiano lasciato Gaza dall’ottobre 2023. L’Egitto non ha siglato la Convenzione internazionale sui rifugiati, anche se prevede una legislazione interna per regolare lo status dei rifugiati. Per quanto riguarda i palestinesi, gli sfollati da Gaza non sono tuttavia registrati e questo implica diversi problemi, tra cui l’impossibilità di ottenere un contratto di lavoro o di affitto, o di accedere a sanità e scuola per i minori.

ABU DAQQA SI È SUBITO ATTIVATA INSIEME AD ALTRI PALESTINESI

Di fronte a questa situazione, Abu Daqqa – nata a Gaza ma residente in Egitto dal 2006, dove ha ottenuto la cittadinanza egiziana – si è subito attivata insieme ad altri palestinesi come lei: “Da gennaio 2024 abbiamo iniziato ad aiutare le famiglie a partire da cibo, il reddito, la casa e i mobili, e assicurando lezioni online per i bambini e gli adolescenti in collaborazione con il ministero dell’Educazione di Ramallah”. Dalla principale città della Cisgiordania occupata, è stata messo in piedi in sistema per assicurare l’istruzione ai bambini di Gaza che nel conflitto hanno perso le loro scuole. Abu Daqqa però osserva da subito diversi problemi: “Primo, i device”: computer o I-pad con cui seguire le lezioni, magari costosi o di difficile accesso, soprattutto per i più piccoli. Sempre loro poi hanno maggiori difficoltà “a stare online per tante ore consecutive”, spiega la direttrice. “Parallelamente- racconta ancora- ci siamo resi conto che le madri erano in un stato terribile: dopo quattro mesi dall’evacuazione in Egitto, molte di loro indossavano ancora gli stessi vestiti che avevano nelle tende a Gaza; la loro mente poi era ancora laggiù e per questo non riuscivano a prendersi cura dei loro figli al cento per cento“.

HASSAN EL-KALLA CONCEDE L’USO DEGLI SPAZI SCOLASTICI AGLI ALLIEVI DI GAZA

Da qui, l’esigenza di “garantire a queste donne del tempo libero affinché potessero prendersi cura di sé, dando contemporaneamente la possibilità ai bambini di stare insieme tra coetanei”. E’ stato in quel momento che un privato cittadino egiziano, Hassan El-Kalla, direttore delle Futures Language schools, decide di concedere l’uso degli spazi scolastici agli allievi di Gaza nel pomeriggio, quando gli studenti egiziano hanno terminato le lezioni. Nasce così il progetto Pyramids of Hope, finanziato “con le donazioni che ci arrivano dai cittadini egiziani, ma anche dall’estero, principalmente Stati Uniti e Regno Unito” riferisce ancora la responsabile, secondo cui la scelta di usare il termine “Piramidi”, simbolo dell’Egitto, è un modo per ricordare che “è grazie a questo Paese e i suoi abitanti se queste persone hanno ritrovato speranza e l’opportunità di pensare al futuro”. Un progetto che si fonda sulla gratuità di servizi essenziali per bambini e adolescenti: una ventina di loro, guidati dalle insegnanti di musica, accolgono i membri della Carovana con canti e balli che raccontano della bellezza di una madrepatria lontana. I più grandi suonano anche il violino. Al collo o sulle spalle, la kefia, la sciarpa bianca con i ricami neri, simbolo dell’identità palestinese, che torna con forza anche attraverso i colori della bandiera, rappresentata a forma di cuore nei disegni che insegnanti e psicologi mostrano. Con le matite colorate, i piccoli esprimono ciò che a volte si fatica a descrivere a parole: bombe che cadono da aerei grigi, che incendiano di rosso e giallo case e strade, circondate da vittime e sangue. E l’ospidale diventa il centro della scena.

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA PER I BAMBINI, PRIMO GIORNO DI NORMALITÀ

Riprende Marwa Abu Daqqa: “Qui offriamo istruzione, con la possibilità di sostenere gli esami online con gli istituti di Ramallah, per ottenere i diplomi; inoltre, diamo supporto psicosociale attraverso consulenti, psicologi e insegnanti, che tengono sessioni di gruppo due volte a settimana. Prevediamo formazione sulla gestione dei traumi anche per gli insegnanti. Qui i bambini trovano coetanei e gli educatori con cui condividere le loro storie: tutti hanno attraversato esperienza simili. Da ottobre, abbiamo avuto sette studenti che hanno perso il papà rimasto dentro Gaza. I traumi continuano anche qui”. Nonostante gli ostacoli però, Abu Daqqa assicura: “Ci siamo ritrovati davanti qualcosa che non ci aspettavamo: il primo giorno di scuola per questi bambini ha rappresentato il primo giorno di normalità dopo mesi e passo dopo passo si è costruita una comunità per gli insegnanti, gli allievi e per le famiglie, che celebrano le feste insieme, cucinano qui, chiacchierano e si scambiano visite a a casa. Quando arrivano le vacanze, tutti piangono perché non vogliono andare via. A Gaza la gente vive molto nelle strade, esiste forte il senso del vicinato. In questa scuola abbiamo ricostruito lo stesso senso di appartenenza e condivisione”.

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