Bob Marley e la figlia del dittatore: un sogno africano

"La relazione non fu nascosta del tutto ma non fu neppure pubblica", spiega la giornalista francese Anne-Sophie Jahn, autrice di un libro-inchiesta a 40 anni dalla morte di Marley
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ROMA – “Ti stanno male”, le disse la prima volta, in camerino dopo un concerto nell’arena dell’Università della California, a Los Angeles. Un’allusione ai capelli, pettinati lisci, quasi un oltraggio alle radici afro venerate dai rastafariani. Bob Marley fumava marijuana, lei lo aveva fissato negli occhi: non era abituata a scoraggiarsi facilmente. Aveva 23 anni, Pascaline, non una studentessa qualunque: era la primogenita del presidente del Gabon, Omar Bongo. Alta, fisico scultoreo, lo sguardo profondo, aveva invitato l’icona del reggae e i The Wailers nella sua villa a Beverly Hills. Quella sera non ci sarebbero stati flirt ma un invito che avrebbe lasciato il segno: a suonare in Gabon, prima assoluta in Africa per i musicisti giamaicani, come un sogno che si realizza.

Il viaggio ci fu e pure i concerti, il 4 e il 6 gennaio 1980, nel giorno del compleanno di Omar Bongo, capo di Stato e padrone del suo Paese per 42 anni. Pare che Bob Marley non sapesse nemmeno se era ospite di un presidente, di un despota o di un re. Eppure l’anno prima aveva pubblicato un album, ‘Survival‘, con in copertina un patchwork di bandiere dei Paesi dell’Africa. Aveva cantato le radici e l’unità di un continente dove non aveva ancora mai suonato. Anche la sua storia d’amore con Pascaline, interrotta della morte per cancro, l’11 maggio 1981, fu per certi versi segnata da malintesi. “Non fu nascosta del tutto ma non fu neppure pubblica”, spiega all’agenzia Dire la giornalista francese Anne-Sophie Jahn, autrice di ‘Bob Marley et la fille du dictateur‘ (220 pp. Gresset). Fu sogno e fascinazione sulle tracce di un’Africa che tra le popolazioni nere dei Caraibi era vagheggiata, idealizzata e alla fine poco conosciuta. “Vidi il documentario ‘Marley‘ di Kevin McDonald quando avevo quattro anni” ricorda Jahn. “Pascaline Bongo vi appariva pochi minuti parlando di quel primo concerto in Africa, a Libreville; alla fine della sequenza diceva di essere stata innamorata di lui, ma non aggiungeva altro”. Nel documentario si racconta del Gabon e anche dello Zimbabwe, la seconda tappa di quel tour africano: il raggae di ‘Liberation Song‘ per celebrare l’indipendenza dell’ex Rhodesia del sud, in una Harare finalmente in festa dopo le ferite del colonialismo e dell’apartheid. A ballare c’erano anche gli ex guerriglieri del Fronte patriottico di Robert Mugabe: pare che per anni avessero ascoltato The Wailers in audiocassetta. Ma quello, per Bob Marley, era un mondo nuovo. “Pascaline ebbe un ruolo decisivo per fargli conoscere l’Africa negli ultimi anni della sua vita” ha raccontato tempo fa MacDonald. “Credo lei sia stata decisiva per un paio di cose; lo andò anche a trovare in Germania, prima che morisse”.

La relazione è raccontata nel libro sulla base di due anni di inchiesta. “Testimonianze e documenti raccolti da Parigi a Los Angeles passando per Kingston” spiega l’autrice: “Dal lato Marley, ho incontrato decine di esponenti del suo entourage, dai componenti di The Wailers al produttore Chris Blackwell, dai fotografi alle amiche, come l’ex Miss mondo Cindy Breakspeare e l’attrice Esther Anderson; dal lato Pascaline, ci sono stati francesi che conoscono bene il Gabon, come Roland Dumas, Pierre Pean e Loik Le Floch-Prigent, membri della famiglia Bongo e infine lei stessa, dopo mesi di trattative”.

Tra Trenchtown, il quartiere-ghetto di Kingston, e il Palazzo presidenziale di Libreville, costruito con i soldi del petrolio mentre milioni di gabonesi restano in povertà, ci sono migliaia di chilometri. Un oceano intero: non abbastanza per impedire che due mondi si incontrassero, forse anche grazie al “ritorno in Africa” predicato dal sindacalista giamaicano Marcus Garvey o al mito Haile Selassie, l’imperatore etiope venerato come Ras Tafari, discendente della tribù di Giuda e nuovo Gesù.

Il libro è il racconto del primo amore di una ragazza per un uomo affascinante, che finì in modo tragico” riprende Jahn. “Fu una storia romantica, nella quale si intravedono i conflitti razziali, le tracce lasciate dal colonialismo e pure gli inizi della riflessione guidata oggi da movimenti come Black Lives Matter”.

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