ROMA – JD Vance, in visita a Budapest per “endorsare” Orban nella corsa elettorale in Ungheria, ha offerto una dimostrazione quasi didattica di ingerenza autoassulutoria. Il vicepresidente degli Stati Uniti ha denunciato “uno dei peggiori esempi di interferenza straniera nelle elezioni” che avesse mai visto, riferendosi ai “burocrati” europei che, a suo dire, stavano cercando di “distruggere l’economia dell’Ungheria”. Poi, senza pausa, ha dichiarato di essere lì “per aiutare Orbán in questa campagna elettorale” e che si aspettava una sua vittoria domenica. Il tutto nello spazio di diciassette minuti di conferenza stampa.
La logica sottostante è limpida, se si accetta il sistema di coordinate in cui opera: l’interferenza straniera è illegittima quando viene dall’Europa, legittima quando viene da Washington.
Vance ha definito Orbán un uomo che ha “difeso con ferocia” il suo paese e “difende i valori della civiltà occidentale”. Ha detto che Orbán ha ragione sull’energia, sull’Ucraina, e “generalmente su ogni genere di cose”.
Gli altri leader dell’UE dovranno ora decidere come reagire a uno scenario in cui il vicepresidente degli Stati Uniti si presenta nella capitale di uno Stato membro, attacca le istituzioni comunitarie usando esattamente i nemici di comodo della campagna elettorale del premier locale, e poi riparte dopo aver dichiarato di non essersi intromesso in nulla.







