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Bimbo ucciso dal padre, la Corte di Strasburgo condanna l’Italia: “Lo Stato non li ha protetti”

Quell'uomo andava fermato e invece i magistrati "sono rimasti passivi e gli hanno permesso di continuare ad aggredire la donna", si legge nella sentenza

07/04/2022

ROMA – La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto una donna e i suoi figli dalla violenza domestica terminata in tragedia. I fatti risalgono al settembre del 2018 a Scarperia (Firenze), quando un uomo uccise a coltellate il figlio di un anno, ferendo in modo grave anche la convivente e cercando di uccidere l’altra figlia. Dal 2015 la donna era stata vittima di altre tre aggressioni da parte del compagno, di cui l’ultima pochi mesi prima della tragedia, e aveva sporto più volte denuncia.

“I procuratori- si legge nella sentenza- sono rimasti passivi di fronte ai gravi rischi che correva la donna e con la loro inazione hanno permesso al compagno di continuare a minacciarla e aggredirla”. Lo Stato dovrà versare alla donna 32mila euro per danni morali.

D.I.RE: “STATO INADEGUATO NELLA TUTELA DI QUANTE DENUNCIANO”

“È di oggi la sentenza della Corte Edu nel caso Landi contro Italia che condanna nuovamente il nostro
Paese in un caso di violenza domestica in cui a perdere la vita per mano del padre è stato un bambino. Ancora una volta la Corte Edu rileva l’inadeguatezza dello Stato italiano nel tutelare le donne che denunciano la violenza domestica e i loro figli”. È quanto si legge in una nota della Rete nazionale D.i.Re., Donne in Rete contro la violenza.

“Ancora una volta- prosegue il testo- la Corte Edu sottolinea queste carenze di fronte a un bambino ammazzato per mano del padre più volte denunciato e sottolinea l’insufficiente attivazione del sistema giudiziario. Ancora una volta la Corte Edu evidenzia l’inadeguatezza della valutazione del rischio nel sistema giudiziario, come osservato già dal Grevio e come ripetono da anni i Centri antiviolenza”.

“Come già nel caso Talpis contro Italia- è inoltre scritto- le Autorità italiane, omettendo di agire tempestivamente dinanzi alla denuncia della ricorrente, vittima di violenza domestica, hanno determinato una situazione di impunità che ha favorito la reiterazione delle condotte violente, fino a condurre al tentativo di omicidio della donna e all’omicidio di suo figlio”.
“Con questa sentenza- commenta l’avvocata Titti Carrano della Rete nazionale D.i.Re.- la Corte Edu ribadisce come, in materia di violenza domestica, il compito di uno Stato non si esaurisce nella mera adozione di disposizioni di legge, ma si estenda ad assicurare che la protezione di tali soggetti sia effettiva”.

“L’inerzia delle autorità nell’applicare la legge- aggiunge- vanifica gli strumenti di tutela previsti: lo Stato ha l’obbligo di attuare misure capaci di salvaguardare in modo efficace i beni supremi della vita e dell’integrità delle persone quando vi è un rischio immediato e reale che quei diritti possano essere aggrediti. Anche in questo caso- prosegue l’avvocata Carrano- la valutazione del rischio è mancata totalmente, nonostante da anni il Grevio chieda all’Italia di sviluppare tale strumento e garantirne un’ampia diffusione all’interno di tutte le agenzie statutarie coinvolte nella gestione dei casi di violenza di genere. Infatti, l’Italia è ancora lontana dall’assicurare effettiva protezione alle donne che subiscono violenza e ai loro figli e figlie ed è ancora sottoposta a vigilanza rafforzata per il caso Talpis”.

“Da oltre un anno- sottolinea Antonella Veltri, presidente D.i.Re.- l’Italia è mancante nell’ambito della procedura di sorveglianza, non avendo dato una risposta dovuta entro il 31 marzo 2021 sulle misure adottate o previste per garantire adeguato ed effettiva valutazione del rischio e sulle informazioni sui fondi ai Centri Antiviolenza e sugli sforzi per assicurare una adeguata distribuzione di queste strutture”.
“Il sistema formativo destinato a tutti i soggetti che intervengono nei casi di violenza- informa Veltri- è ancora estremamente carente. È ormai imprescindibile partire dalla prospettiva di genere sulla violenza come fattore fondamentale e ineludibile per dare risposte efficaci e tempestive alle donne che subiscono violenza e per non mettere a rischio le loro vite, quelle delle loro figlie e dei loro figli. Le donne e i loro figli e figlie continuano a morire perché manca una piena consapevolezza e lettura del fenomeno”.
“Lo abbiamo chiesto due anni fa, lo richiediamo oggi: in che Stato siamo? Quante donne con le loro figlie e i loro figli devono essere ammazzate perché lo Stato decida di riconoscere la violenza maschile contro le donne almeno quando è denunciata?“, conclude la presidente D.i.Re.

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