Coronavirus? “L’Africa lotta e resiste”

Parla il direttore di Nigrizia, padre Ivardi: "Altro che anello debole della catena"
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ROMA – “Altro che anello debole della catena, l’Africa è abituata a lottare e resistere, anche se spesso in Italia e in Europa questo non si racconta o si racconta troppo poco“: padre Filippo Ivardi, direttore del mensile Nigrizia, parla con l’agenzia Dire dei rischi sanitari ed economici legati all’epidemia di coronavirus.

Nell’intervista, inevitabilmente, il respiro è globale. “In questi giorni c’è un grande rimbombo mediatico perché di mezzo c’è la Cina, che ormai da molto tempo ha ramificazioni importanti nel mondo, non certo solo in Africa” la premessa di padre Ivardi. Comboniano, rientrato in Italia per assumere la guida della rivista dopo anni di missione in Ciad, è convinto che in altre situazioni l’attenzione non sia stata così alta. “Di ebola o della febbre di Lassa si parlava solo quando le epidemie toccavano i nostri interessi o i nostri connazionali” ricorda. “Oggi si dice che l’Africa sia l’anello debole della catena ma si ignora che è già abituata a lottare, anche pagando un prezzo in termini di vite: lo si è visto in Sierra Leone, in Liberia o in Congo”. Secondo padre Ivardi, “l’Africa adesso resiste e non si lascia allarmare”. Lo testimonierebbero i controlli rafforzati in molte capitali subsahariane nonostante finora, su circa 230 casi sospetti di contagio da coronavirus, tutti i test abbiano dato risultati negativi. Se alcune compagnie aeree hanno sospeso o ridotto i collegamenti con la Cina, altre – come Ethiopian Airlines, la principale del continente – hanno comunicato che i voli continueranno in modo regolare. Nel 2003, al tempo della Sars, con un’epidemia che si era pure propagata dalla Cina, in Africa c’era stato solo un caso confermato di contagio. In questi anni, però, la presenza di cittadini della Repubblica popolare nel continente è molto aumentata e oggi è stimata in misura compresa tra i 200mila e i due milioni. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha evidenziato comunque che le possibilità di condurre test per il coronavirus si sono ampliate al Ghana, al Madagascar, alla Nigeria e alla Sierra Leone e che entro il fine-settimana a questi Paesi dovrebbe aggiungersi l’Etiopia. Secondo padre Ivardi, la “narrazione di un’Africa debole e impreparata” risulta dunque fuorviante, anche se ci si allontana dall’ambito sanitario e si guarda alle dinamiche dell’economia. “I legami con la Cina si sono fatti sempre più stretti e sospensioni di voli e riduzione di scambi sono destinati a generare ripercussioni” dice il direttore. Convinto che non vada però dimenticata, anche qui, la capacità di resilienza delle comunità. “La forza dell’Africa è anche quell’economia informale che tiene in piedi tante famiglie e tante situazioni, sia nelle città che nelle aree rurali” sottolinea padre Ivardi. “Anche ora, di fronte a difficoltà nuove, si cercherà una via”.

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7 Febbraio 2020
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