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L’esercito colombiano chiede perdono per i civili uccisi, l’esperta: “Bene, ora fare giustizia”

La pratica, precedente agli anni duemila, serviva a gonfiare i numeri della lotta ai gruppi ribelli ma cosò la vita a 15mila persone

Pubblicato:06-10-2023 19:04
Ultimo aggiornamento:06-10-2023 19:04
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ROMA – Con una dichiarazione senza precedenti, le Forze armate della Colombia hanno pubblicamente chiesto scusa alle famiglie dei civili uccisi a partire dalla fine degli anni Novanta per “gonfiare” i numeri sulla lotta ai guerriglieri e narcotrafficanti. Il fenomeno, noto come “falsi positivi“, fa parte dei crimini commessi nella guerra tra esercito, paramilitari e guerriglieri delle Farc iniziata negli anni Sessanta e formalmente conclusa con un accordo di pace siglato nel 2016. Nel cordo di un evento pubblico a Bogotà, il generale Luis Ospina ha detto: “Riconosciamo che ci sono stati atti dolorosi commessi da membri dell’Esercito Nazionale che non sarebbero mai dovuti accadere”.

La vicenda è stata denunciata negli anni da associazioni di madri e familiari delle vittime, che accusavano i soldati di aver ucciso i propri cari, descritti poi nei fascicoli ufficiali come pericolosi guerriglieri. A volte, per confermare questa tesi, i corpi venivano spostati in luoghi dove si erano tenuti conflitti a fuoco oppure venivano rivestiti con abiti e segni riconducibili a formazioni ribelli. La stragrande maggioranza dei resti di queste vittime non è mai stata restituita alle famiglie.

Un primo passo importante verso la verità è avvenuto a fine agosto, quando il generale Mario Montoya, che era a capo dell’esercito all’epoca dei fatti, è stato incriminato da un tribunale per l’uccisione di 130 civili. Più di recente, il 25 settembre, una ventina di ufficiali in pensione hanno pubblicamente ammesso di aver assassinato almeno 300 civili tra il 2001 e il 2010.


L’ESPERTA FLAVIA FAMÀ: “NON FURONO MELE MARCE, FU SISTEMATICO”

Secondo Flavia Famà, avvocata ed esperta che ha trattato la questione dei falsi positivi nel suo libro-inchiesta ‘I morti non parlano – La guerra infinita in Colombia’, edito da Villaggio Maori, l’annuncio dell’esercito “è certamente un passo storico, anche se si chiede perdono solo per i morti registrati tra il 2002 e il 2008. E gli altri?” chiede, in un’intervista con l’agenzia Dire. Quindi l’esperta sottolinea: “In tutti questi anni l’esercito non solo ha negato ogni responsabilità ma ha addirittura cercato di insabbiare le eventuali indagini, nascondendo le sepolture e minacciando anche i famigliari delle vittime”. Famà continua: “Con questa ammissione si procede anche verso la ricostruzione di un tessuto sociale di fiducia nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni e dello Stato in generale”.

L’esperta ricorda che una sentenza ufficiale emanata dopo gli accordi di pace del 2016 “riferisce di 6.402 civili uccisi illegalmente e falsamente presentati come ribelli morti in combattimento, tra il 2002 e il 2008″, ossia durante la presidenza di Alvaro Uribe. “Ma per le ong”, sottolinea Famà, “le vittime reali sarebbero più del doppio: almeno 15mila, perché questa pratica criminale e sistematica è iniziata ben prima del mandato Uribe”.

UCCISIONI, INSABBIAMENTI E MINACCE NON HANNO FERMATO LE “CARRIERE”

L’esercito però sarebbe riuscito a insabbiare per decenni questi massacri perché, continua la studiosa, “inizialmente i presunti responsabili, con la scusa che si trattava di soldati, venivano giudicati dai tribunali militari. Così, per evitare che scoppiasse uno scandalo, i processi si concludevano praticamente sempre con una assoluzione”. Questo sistema ha favorito “totale impunità nonché la completa negazione del fenomeno, con tante famiglie – e madri in primis – che venivano pubblicamente prese per ‘pazze’, che non volevano ammettere che i figli fossero scappati di casa per unirsi alla guerriglia oppure fossero dei criminali”.

Ma la pratica ha continuato ad essere negata anche quando i casi sono passati alla giustizia ordinaria. “Uribe contestò la sentenza che indicava almeno 6mila casi, accusando i giudici di essere politicizzati”, dato che l’ex presidente appartiene alla destra.

La cosa più inquietante secondo Famà è che “non solo i militari per anni hanno goduto di piena impunità, ma che ai vertici è stato permesso di fare carriera nelle gerarchie militari – aumentando così la paura nelle famiglie che denunciavano la morte dei propri cari – o di ricevere compensi in denaro o benefit a seconda del numero di guerriglieri uccisi sul campo”.

Fondi che, evidenzia Famà, “arrivarono anche dagli Stati Uniti, preoccupati di sostenere la lotta alle Farc e al narcotraffico”. Ed è importante notare, secondo l’esperta, “che non si trattò di mele marce: questa pratica fu sistematica e spesso alimentata proprio dalla volontà di ottenere i benefit. Per fortuna ora grazie alla giustizia di transizione creata dagli accordi di pace, finalmente sono sotto processo alcuni dei vertici, tra cui il generale Mario Montoya. Ma la lotta all’impunità deve continuare”

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