Siamo tutti fratelli. Allora abbattiamo quei muri

Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” denuncia “una cultura dei muri” che favorisce mafie, trafficanti, paura e solitudine
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ROMA – Barriere di cemento armato, fili elettrificati, torrette di avvistamento. Tagliano campi dove sono stati sradicati olivi o corrono lungo le sponde dei fiumi in caso a dividere non bastasse il mare. Dalla caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 si calcola che ne siano stati costruiti per altri 8mila chilometri. Ne ha scritto anche Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti”. Nel primo capitolo si denuncia “una cultura dei muri” che favorisce mafie, trafficanti, paura e solitudine. Sta scritto poi che migrare non è sempre una scelta e, soprattutto, è “un diritto”. Il mondo, si sa, è diventato un villaggio. Internazionalizzazione è una parola che piace agli imprenditori e ora va di moda pure in Italia. Delocalizziamo all’estero per accrescere i profitti e però, da ben prima che arrivasse la pandemia, chiudiamo le frontiere agli uomini. Con “nuove forme di egoismo”, è ancora Francesco a scrivere, “mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali”. Oggi, con il mondo sottosopra per il Covid, è ancora più assurdo. Perché con il virus siamo tutti sulla stessa barca e la crisi non risparmia nessuno. Piccoli dati da un Paese forse non così lontano, il Sudan: in un anno le rimesse inviate da circa cinque milioni di emigrati in Europa, America e Arabia sono crollate a un sesto, da tre miliardi a 500 milioni di dollari. In altri angoli d’Africa e del mondo sta accadendo lo stesso. Ecco, davvero, bisognerebbe aiutarli a casa loro. E pure a casa nostra, scavalcando il muro. Perché migranti siamo stati e saremo pure noi.

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