L’enigma della scrittura dei minoici? Da Bologna passi avanti per decifrarla

Una ricerca dell'Alma mater fa passi in avanti nel tentativo di comprendere quella lingua ancora indecifrabile che è la 'Lineare A', la lingua parlato e scritta dai Minoici
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BOLOGNA – È uno degli ultimi grandi misteri dell’archeologia. Generazioni di linguisti e archeologi si sono cimentati nell’impresa, che resta una delle più ardue e affascinanti per gli studiosi della storia delle grandi civiltà del passato: decifrare la Lineare A, l’enigmatica lingua parlata e scritta dai Minoici, l’antico popolo di commercianti, navigatori e artisti che ha abitato l’isola di Creta fino al 1.400 avanti Cristo per poi essere, dopo un lento e progressivo declino, del tutto assoggettato ai greci micenei, i nuovi ‘padroni’ del Mediterraneo orientale.

Di questo popolo conosciamo molto grazie alle numerose e impressionanti testimonianze archeologiche presenti sul suolo cretese, ma la loro cultura è, a tratti, talmente sfuggente che non sappiamo nemmeno come i minoici chiamassero se stessi: all’inizio del secolo scorso fu l’archeologo britannico Arthur Evans, il primo a riportare alla luce i resti di quella civiltà, a coniare il nome ‘minoici’ per indicare coloro che per lo studioso erano stati i sudditi del mitologico re Minosse, il sovrano del labirinto, del minotauro e del palazzo di Knosso.

Durante gli scavi sono riportate alla luce migliaia di tavolette con iscrizioni in lineare A, il cui contenuto resta, a più di un secolo di distanza dalle scoperte di Evans, per lo più sconosciuto. Per questo la ricerca pubblicata dall’Università di Bologna rappresenta un passo piccolo, ma importante nel tentativo di comprendere quella lingua ancora indecifrabile e, magari, aggiungere un tassello alla conoscenza dei popoli mediterranei del II millennio avanti Cristo (gli Etruschi, in primis), attorno ai quali restano ancora molti misteri da svelare.

NUOVI INDIZI DALLO STUDIO DELL’ALMA MATER

Lo studio dell’Alma mater offre nuovi indizi per arrivare a risolvere uno dei grandi enigmi legati alla scrittura dei numeri nell’antichità: il sistema di frazioni della Lineare A. Unendo l’analisi delle forme dei segni e il loro utilizzo nelle iscrizioni antiche a tecniche statistiche, computazionali e tipologiche, gli studiosi hanno messo a punto un metodo per arrivare ad assegnare specifici valori matematici ai segni con cui la Lineare A indica le frazioni.

“Per cercare di risolvere questo enigma abbiamo sfruttato strumenti di ricerca che vengono raramente utilizzati in modo congiunto: da un lato un’attenta analisi paleografica dei segni e dall’altro sofisticati metodi computazionali”, spiega Silvia Ferrara, professoressa del dipartimento di Filologia classica e Italianistica dell’Università di Bologna che ha guidato lo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science.

LA LINEARE B FU SVELATA GRAZIE ALLA CRITTOGRAFIA

“In questo modo abbiamo avuto accesso ad una nuova prospettiva che potrebbe portare ad ottenere nuove importanti informazioni”, aggiunge. La ricerca evidenzia anche lo stretto legame tra la Lineare A e la Lineare B, un sistema di scrittura derivato dalla prima e riadattato dai micenei alla lingua greca. Anche decifrare la lineare B non fu un gioco da ragazzi e dove avevano fallito tanti esperti, riuscì un linguista autodidatta, l’architetto Michael Ventris, che utilizzò le sue conoscenze di crittografia (durante la seconda guerra mondiale era stato addetto ai servizi crittografici militari inglesi) per sciogliere l’enigma dell’antica scrittura di Agamennone (migliaia di tavolette incise con questo sistema furono ritrovate a Pilo, nelle rovine di quello che è stato ribattezzato Palazzo di Nestore). Certo, il compito di Ventris fu più semplice, perché il miceneo è pur sempre una lingua greca. Ma chissà che non si arrivi un giorno a svelare anche il mistero dell’antico minoico.

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6 Ottobre 2020
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