VIDEO | Le protesi al seno sono sicure? A Roma il primo convegno per parlarne

A Roma si parla del linfoma anaplastico e della possibile correlazione con le protesi mammarie, per cui recente in Italia è arrivato il registro obbligatorio
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ROMA – Cosa è il Bia – Alcl e quali correlazioni esistono tra l’insorgenza di questo linfoma anaplastico e le protesi mammarie? La risposta arriva dal ‘ First World Consensus Conference on Bia- Alcl‘ in corso a Roma e presieduto dal Professor Fabio Santanelli Di Pompeo, Chirurgo plastico e segretario Generale Euraps e il professor Mark W. Clemens, della University of Texas MD Anderson Cancer Center. 

A spiegare l’importanza di un incontro internazionale che riunisce nella Capitale i maggiori esperti della materia all’agenzia di stampa Dire è Santanelli di Pompeo: “Abbiamo ritenuto fosse importante non dedicare solo quindici minuti o un’ora nell’ambito di convegni nazionali ad un argomento di così importante rilievo ma abbiamo voluto dedicare appunto un’intera giornata. Ci sono in letteratura molte informazioni che possono creare confusione e queste cagionare un vero e proprio danno a carico delle nostre pazienti”.

“Ecco perché abbiamo invitato i maggiori esperti mondiali, per riunirli attorno ad un tavolo tutti insieme, anche con le stesse compagnie che producono impianti mammari, e trovare la migliore soluzione possibile. L’obiettivo è poter continuare ad usare in sicurezza gli impianti mammari senza mai mettere a rischio la salute, non dico la vita, anche di un solo singolo paziente”, ha concluso Santanelli Di Pompeo.

“IMMISSIONI DATI IN REGISTRO PROTESI SIA OBBLIGATORIA”

“Sono molto contento che si sia attivato in Italia il registro obbligatorio delle protesi mammarie. Mi augurio che si passi dalla fase sperimentale ad una fase più regolare dove l’immissione dei dati sia obbligatoria“. Così il chirurgo Fabio Santanelli Di Pompeo risponde all’agenzia di stampa Dire a margine della prima conferenza mondiale sul Bia- Alcl.

“Guardo con favore a questo registro che auspico sia attivo quanto prima possibile. Il problema – aggiunge Santanelli Di Pompeo- non si risolverà solo con questo strumento perché gli effetti positivi di avere un registro nazionale che sono necessari si vedranno a distanza di anni, quando si inizierà a raccogliere un numero sufficiente di pazienti con protesi mammaria e si avrà un follow up ragionevole per poter trarre conclusioni significative dal punto di vista statistico e clinico. Ma è importante intraprendere questa strada”.

“Davanti ad una paziente con protesi indiziate credo che abbiamo la responsabilità di incontrarla e richiamare inoltre quelle pazienti che noi abbiamo operato nei tempi passati con queste protesi indiziate- prosegue Santanelli Di Pompeo- per informarle in maniera precisa di quali sono i rischi che corrono ed esporre loro le possibilità che hanno per abbattere questo rischio. La decisione quando il medico ha davanti una paziente che gli chiede cosa è meglio fare, in caso di protesi che sono indiziate, è una questione di tipo multifattoriale. Sicuramente la paziente va studiata attentamente per accertare che sia negativa nei confronti della malattia”.

“Bisogna sottoporla ad ecografie, risonanze magnetiche, a quel punto la scelta va intrapresa con la paziente perché non è necessario operare, espiantare e fare capsulectomia radicale perché questa pratica se è eseguita in maniera opportuna può portare ad un rischio lieve di complicanze maggiori. Quindi bisogna mettere la paziente al corrente di quali sono i rischi che corre nel tenere la protesi e i rischi e i vantaggi nell’asportarla e mettere un impianto diverso”, ha concluso Santanelli Di Pompeo.

DI NAPOLI (S. ANDREA): LAVORIAMO A TEST GENETICO PER INDIVIDUARE RISCHIO BIA-ALCL

“Nel caso di pazienti con impianti indiziati o davanti a nuove pazienti portatrici di protesi mammarie credo sia necessario sottoporle a screening. E’ importante dire loro di stare attente alla sintomatologia che si può manifestare. In particolare prestare attenzione all’ingrossamento di volumi. Il volume infatti può indicare la presenza di un serioma che in quel caso deve essere aspirato e inviato in citopatologia per un esame citologico e culturale per escludere una eventuale infezione. Sicuramente queste donne vanno seguite nel tempo perché potrebbe capitare che, qualcuna tra queste possa sviluppare un linfoma ma potrebbe anche essere che non lo svilupperà mai”. A dirlo a margine della prima conferenza mondiale Bia- Alcl in corso a Roma è Arianna Di Napoli, anatomopatologo dell’ospedale Sant’Andrea di Roma e ricercatore presso l’Università Sapienza di Roma. Di Napoli ricorda che “c’è stata una lunga moratoria negli stati Uniti nei confronti delle protesi testurizzate caratterizzate dalla superficie ruvida. La moratoria è durata 16 anni però alla fine non ha portato ad un’evidenza così rigida che la presenza di una protesi testurizzata sia associata allo sviluppo di una malattia autoimmune. Quello che è stato detto è che queste sono pazienti che avrebbero probabilmente sviluppato la patologia autoimmune tanto che tali protesi furono riammesse al commercio. Dunque l’Italia ha solo atteso la fine di questo lungo processo sulle testurizzate per poi continuare ad usarle visto che anche l’America le aveva reintrodotte”.

Stiamo lavorando ad un test genetico per individuare il rischio di Bia- Alcl anche con il supporto del ministero della Salute. Il nostro obiettivo è anche capire quali sono le donne a rischio di sviluppare Bia- Alcl. Sappiamo che l’incidenza di questo tumore è cresciuta negli ultimi anni ma sicuramente rimane una patologia rara a confronto di tutte le donne portatrici di protesi. Quindi ci deve essere qualcosa che predispone quelle pazienti allo sviluppo di questo tumore ed è su questo che vogliamo lavorare”, ha concluso Di Napoli.

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6 Ottobre 2019
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