Rifiuti, la plastica invade l’Adriatico: colpa degli allevamenti di cozze

Legambiente rende noti i risultati di un mese di monitoraggio di Goletta Verde a Porto Garibaldi, sulla costa adriatica
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ROMA – In un mese di monitoraggio di Goletta Verde a Porto Garibaldi, sulla riviera adriatica (27 giugno-27 luglio), sono stati recuperati 7.198 rifiuti dai fondali marini: 1.000 chili, pari a 105 sacchi. Ma soprattutto è emerso che l’82% di questi rifiuti proviene dalle attività produttive di pesca e acquacoltura, mentre il 15% dalla cattiva gestione dei rifiuti urbani: la plastica è il materiale più trovato (95% del totale dei rifiuti) seguita dai metalli (2%) ovvero attrezzi da pesca, ami e ganci. Il dato più eclatante è che del totale dei 7.198 rifiuti raccolti, ben il 78% è rappresentato da calze in plastica per l’allevamento delle cozze, per un peso indicativo di 900 chili raccolti in soli 23 giorni di sperimentazione.

E’ il bilancio dell’attività di Fishing for Litter, realizzata in occasione del passaggio di Goletta Verde in Emilia Romagna, presentato stamane durante una tavola rotonda che si è tenuta questa mattina a Porto Garibaldi, nella sala riunioni della cooperativa Piccola Grande Pesca.

La campagna, realizzata in collaborazione coi pescatori, ha coinvolto 45 imbarcazione. Ora Legambiente chiede un rimedio: “all’enorme dispersione delle calze da mitilicoltura in tutta la zona dell’alto Adriatico, che mettono a rischio anche l’ecosistema del mare diventando trappole per i più piccoli organismi marini, si deve presto trovare una soluzione mediante gestioni virtuose degli impianti di allevamento e di tutta la filiera, e attraverso la ricerca di materiali alternativi e compostabili”, afferma il segretario regionale di Legambiente Lorenzo Frattini.

“È fondamentale definire al più presto delle modalità tecnico-operative condivise a livello nazionale- commenta Stefania Di Vito, ufficio scientifico di Legambiente- che favoriscano il recupero ed il conferimento dei rifiuti accidentalmente pescati da parte degli operatori del mare“.

Al momento “in Italia, l’assenza di norme e procedure specifiche impedisce che questo tipo di attività si svolga regolarmente“, sottolinea l’esponente dell’associazione ambientalista.

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