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La mamma di Pamela Mastropietro: “Aspetto di riabbracciarla ma prima voglio giustizia”

Oggi, a quattro anni da quel terribile omicidio, che scosse fortemente l’opinione pubblica, a chi glielo chiede risponde di ‘non vivere più, ma soltanto di sopravvivere’

ROMA – “Non mi sento una ‘mamma coraggio’, sono solo una mamma che vuole riabbracciare sua figlia, ma che prima vuole farle giustizia”. Ha ancora gli ‘spilli nel cuore’ Alessandra Verni, la mamma di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di soli 18 anni barbaramente uccisa nel 2018 a Macerata da Innocent Oseghale, un pusher nigeriano. E oggi, a quattro anni da quel terribile omicidio, che scosse fortemente l’opinione pubblica, a chi glielo chiede risponde di ‘non vivere più, ma soltanto di sopravvivere’ per portare avanti quelle che lei chiama le sue ‘due missioni’: fondare un’associazione a nome della figlia, che possa aiutare ragazze e ragazzi in difficoltà, ed ottenere ‘piena giustizia’ per la morte di Pamela. Perché se da un lato non esclude che un giorno possa persino arrivare a perdonare il carnefice di sua figlia, se solo ‘confessasse tutto’, cioè anche la violenza sessuale perpetrata nei confronti della giovane ragazza, il cui corpo venne ritrovato a pezzi in due trolley, dall’altro si dice pronta a lottare fino alla fine affinché le istituzioni riconoscano la ‘disumanità’ anche degli altri due presunti complici, che anche indirettamente avrebbero partecipato al brutale massacro. La Dire, in occasione dello speciale dedicato alla Festa della mamma, ha intervistato Alessandra Verni, incontrandola in piazza Re di Roma, nel quartiere di San Giovanni, nel giardino oggi dedicato a Pamela.

Signora, che ragazza era Pamela?
“Pamela era una ragazza di 18 anni con tanti sogni. Era sensibile, dolce, altruista e molto spiritosa. Poi, come tutti, aveva qualche difetto e anche qualche fragilità, in particolare le era stata diagnosticata la patologia borderline in forma grave. Aveva sofferto del fatto che io e il papà ci fossimo separati, così come per la morte della nonna. Provava dolore per queste esperienze vissute, aveva vuoti e mancanze che l’hanno portata ad avere, soprattutto durante il periodo dell’adolescenza, atteggiamenti di alti e bassi. Voleva avere una sua identità, si scontrava con noi, ma chi da ragazzo non è andato contro i suoi genitori? Per spiegare chi era Pamela dovrei raccontare tutta la sua storia dall’inizio. Un giorno lo farò”.

Quanto è difficile crescere una ragazza fragile di questi tempi?
“Direi che oggi, in generale, è difficile crescere un figlio o una figlia, a prescindere dal fatto che sia o meno fragile. Molte famiglie che sono in difficoltà non ricevono aiuti, magari si rivolgono a strutture, Asl, assistenti sociali o a chiunque possa dargli una mano, ma poi si ritrovano spesso le porte chiuse in faccia oppure di fronte a liste di attesa lunghe”.

È stato complicato anche per voi?
“Sì, ci è mancata una rete di vicinanza, poi la situazione è degenerata. Sentirci soli è stata forse la difficoltà più grande, non sapere più cosa fare o a chi rivolgerci. La notte ero io ad andarla a cercare per strada, a parlare con gli spacciatori o ad appendere le sue foto in giro. La polizia e i carabinieri ci sono, è vero, ma spesso anche loro hanno le mani legate. Per esempio quando Pamela conobbe quel ragazzo che la portò poi a fumare l’eroina, perché lei, lo voglio ricordare, non si è mai bucata ed aveva paura delle siringhe, fui io ad andare dalla polizia per fare la denuncia, ma mi risposero che lei era libera di frequentare chi volesse. Anche contro quegli uomini che abusarono di lei, prima a Corridonia e poi a Macerata, non potemmo fare nulla, perché la denuncia doveva partire da Pamela”.

L’omicidio di sua figlia ha scosso fortemente l’opinione pubblica. Lei come ha vissuto quei giorni?
“All’inizio ero incredula, non ci credevo, mi sembrava tutto surreale, vedevo le cose passarmi davanti senza rendermi conto, non capivo nulla. Poi, quando ho iniziato ad avere più coscienza dell’accaduto, ho avuto un crollo e mi stavo lasciando andare. Per questo devo dire ancora una volta grazie al mio compagno, perché quando lui la sera tornava a casa, mi faceva alzare di forza dal letto o dal divano e mi faceva mangiare. Non sono mai andata dallo psicologo e non ho mai preso psicofarmaci, l’unica cosa che mi ha salvata è stata la fede”.

Era credente anche prima?
“Sì, ma non così fortemente come lo sono ora. Durante il parto ebbi anche un’esperienza di premorte, vedevo tutto dall’alto ed è vero, esiste. Quando poi accadde la terribile vicenda di Pamela, capii perché ebbi quell’esperienza, per sopportare un po’ meglio questa tragedia”.

Come vive oggi?
“Non vivo, sopravvivo. E spero di incontrare di nuovo Pamela, il prima possibile. Nel frattempo vado a lavoro e sto cercando di formarmi per aprire un’associazione a nome di mia figlia, che comprenda anche un progetto di Pet therapy, per aiutare i giovani in difficoltà e le loro famiglie, perché nessuno deve essere lasciato solo. Pamela adorava i cavalli e all’epoca chiese al medico del Sert di andare in una comunità dove ci fossero appunto i cavalli, solo che poi fu mandata alla ‘Pars’ di Corridonia, una comunità a mio avviso inadeguata”.

Perché?
“Lo psichiatra vedeva i ragazzi una sola volta alla settimana, una volta neppure si presentò perché era malato e non c’era nessuno che lo potesse sostituire. Mia figlia stava male, vomitava, così quando andai a Corridonia insieme ai miei genitori ne parlammo subito con il medico di base che le era stato assegnato, ma lui non sapeva nulla di Pamela, mentre avrebbe dovuto essere in contatto con la comunità. Chiamai quindi i medici del Sert di Roma per dirgli di telefonare al più presto alla comunità perché mia figlia stava male. Ma dalla comunità non ci fu nessuna risposta”.

Pamela lamentava qualcosa?
“No, almeno quando io andai a trovarla. Pamela era una ragazza forte, tendeva a tenersi le cose dentro, invece avrebbe dovuto raccontarmele ed io avrei forse dovuto cercare di capire di più”.

Lei dopo la morte di sua figlia ha voluto realizzare un sogno di Pamela: prendere il diploma. Come è stato esaudire questo desiderio?
“Ricominciare a studiare è stato faticoso, ma è stata una bella soddisfazione. Il giorno precedente al diploma Pamela ed io, come spesso facciamo, abbiamo comunicato, sul tavolo c’erano dei cuori. Ho dovuto imparare un nuovo tipo di linguaggio per parlare con lei, basta osservare e ascoltare con molta attenzione tutto ciò che ti circonda, per captare ogni messaggio che loro ti mandano”.

Lei sta continuando la sua battaglia nella ricerca di giustizia. Cosa chiede alle istituzioni?
“Ad oggi non ho ancora visto nessuna condanna esemplare. Lo scorso 23 febbraio i giudici della Cassazione hanno confermato l’omicidio, il vilipendio e il depezzamento, ma non la violenza, rimandandola a Perugia. Eppure mia figlia sull’avambraccio aveva il livido di una presa, dove poi le hanno fatto anche un buco. La giustizia io ancora non l’ho vista”.

Quando sarà fatta davvero giustizia per Pamela?
“Quando pagheranno tutti i suoi carnefici e tutti coloro che stanno dietro a questa storia. A giugno ci sarà un’udienza contro l’archiviazione che la Procura di Ancona ha richiesto verso ignoti. Ma dalle intercettazioni è evidente e chiaro che in quella casa c’erano anche altri nigeriani. Perché la Procura di Ancona, allora, ha chiesto l’archiviazione? Io spero e confido nei giudici, che si scopra la verità e che si dia veramente giustizia a Pamela, perché non si può permettere che una ragazza di 18 anni massacrata in quel modo non abbia piena giustizia. Mi batterò per questo fino alla fine”.

Lei è credente, ma può esistere il perdono in questo caso?
“Non escludo di poter un giorno perdonare, ma adesso no, è ancora troppo presto. Se solo Oseghale parlasse e dicesse la verità…”.

Cambierebbe qualcosa se ammettesse anche la violenza sessuale?
“Tutto quello che le hanno fatto è disumano. A quattro anni e tre mesi dalla morte di Pamela sono arrivata ad una presa di coscienza: se potesse davvero servire sarei disposta a mostrare le sue foto a tutti, perché le istituzioni non possono essere complici della disumanità, ma devono dare giustizia e pace a tutte le vittime, comprese le loro famiglie. Non possono permettere che i carnefici vadano in giro a massacrare e violentare altre donne, che siano italiane, nigeriane o di altra nazionalità. Esiste il rischio che commettano un nuovo reato. E questo è inammissibile”.

Le ‘mamme coraggio’ sono le donne che affrontano ogni giorno le difficoltà che la vita pone loro di fronte, superandole per amore dei propri figli. Delle guerriere, insomma. E penso che per lei andare avanti ogni giorno sia una sfida. Si sente una mamma coraggio?
“Non mi sento una ‘mamma coraggio’, sono solo una mamma che vuole riabbracciare sua figlia, ma che prima vuole farle giustizia”.

Però ci vuole coraggio per andare avanti… “Se non avessi avuto fede non sarei neppure qui a parlare con lei, invece per fortuna ho Pamela dalla mia parte, quindi aspetto e combatto”.

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2022-05-06T17:10:23+02:00