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VIDEO | Sierra Leone, gli sfollati di Freetown: “Nei campi non è vita”

A parlare con l'agenzia Dire è Janeba Balikabu, la rappresentante delle donne di Mile Six, un campo per sfollati interni

sierra leone foto fabbretti
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MILE SIX CAMP, FREETOWN (SIERRA LEONE) – “La vita per noi profughi è terribile, i nostri bambini vivono tra mille pericoli a partire dal cibo che è difficile da trovare e conservare, e le baracche, dove possono entrare serpenti, topi e altri animali soprattutto di notte. Letti non ne abbiamo, dormiamo a terra e dal suolo sale molta umidità. E poi le condizioni igieniche: i bagni sono in comune e fatiscenti. E non vediamo cambiamenti all’orizzonte”. A parlare con l’agenzia Dire è Janeba Balikabu, la rappresentante delle donne di Mile Six, un campo per sfollati interni a una cinquantina di chilometri da Freetown, nell’ovest della Sierra Leone.

Vari cartelli all’ingresso ricordano che il campo è stato eretto dal governo per accogliere gli sfollati della frana di fango di Freetown del 2014, e poi è stato ampliato dopo quella del 2017, ricordata come il più grave disastro naturale della storia del Paese. Una mattina di agosto, dopo giorni di intense piogge, un fianco della Sugar Loaf Mountain si staccò trascinando via nel fango centinaia di case. Secondo stime della Banca mondiale morirono 1.141 persone e oltre 3mila persero tutto. La capitale, che si estende su un’area ricca di colline, è spesso interessata da smottamenti causati dalle piogge monsoniche, ma gli sfollati come Balikabu sono anche vittime del disboscamento selvaggio, largamente praticato negli anni della guerra civile (1991-2002) ma anche più di recente, per utilizzare i terreni a scopo edilizio.

Mentre la intervistiamo Balikabu, che si salvò dalla frana di 8 anni fa e di cui ancora oggi non riesce a parlare, è sulla soglia della sua casa ed è impaziente di farci entrare, per dimostrare che la sua denuncia non è esagerata: è una baracca buia di fango ricoperta da lamiere, che col caldo intenso si surriscaldano rendendo l’aria irrespirabile. Mancano la luce e l’acqua, la cucina consiste in un bracere accanto all’ingresso, per facilitare l’uscita del fumo. L’arredamento è composto da teli a terra e tavole di legno. “Tutte le case sono così”, spiega Balikabu, e “chi può se ne costruisce una rialzata rispetto al livello del terreno” per impedire agli animali di entrare ma anche per tenere fuori acqua e fango durante la stagione delle piogge, che dura da maggio a settembre.
Per le donne, la situazione è anche peggiore: “Non c’è lavoro, non ci sono negozi e quando proviamo a coltivare qualcosa i prodotti che crescono non sono buoni, non sappiamo perché. Se una donna deve partorire è costretta a pagare grosse cifre in ospedale, che dista chilometri da qui, e capita che la donna dia alla luce il bambino lungo la strada“.

La Sierra Leone è tra i Paesi più giovani ma anche più poveri dell’Africa, con il 60% della popolazione che vive con circa un dollaro al giorno, come calcola l’Onu. In questo Paese che ha vissuto undici anni di guerra civile e una devastante epidemia di ebola tra il 2014 e il 2016, e ora subisce l’impatto della crisi globale della pandemia, per gli sfollati interni la situazione è anche più dura. Da parte del governo al momento non sembra esistano piani per permettere alle famiglie di lasciare i campi. Le leggi sembrano inefficaci sia per la tutela ambientale – è del maggio scorso la decisione di vendere 100 ettari di spiagge e foreste pluviali alla Cina per la costruzione di un porto industriale – sia per regolamentare le costruzioni a fronte di un rapidissimo aumento della popolazione nella capitale, frutto degli esuli del conflitto ma anche della ricerca di lavoro da chi proviene dalle campagne. A ciò si sommano corruzione e brogli per dimostrare l’edificabilità dei terreni.

Freetown, la “città della libertà” fondata alla fine del XVIII secolo da abolizionisti inglesi per accogliere gli schiavi africani liberati da tutto il mondo, appare oggi simbolo di un Paese ricco di risorse ma schiavo per mancanza di welfare e benessere.
Mentre Balikabu conclude ricordando che “nessun essere umano dovrebbe vivere così”, i bambini intorno a lei sembrano gli unici ad essere felici, forse perché possono trascorrere parte delle loro giornate nella sola bella costruzione del campo: una grande scuola bianca e blu, che con la moschea è stata costruita da una fondazione musulmana.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it

2022-04-07T14:39:08+02:00